Malinconia

La malinconia è l’immagine di un ricordo, il profumo di una persona che non vedo più ma che non dimenticherò mai, un’onda delicata che striscia sul cuore lacerandolo appena. Sussurra frasi, immagini, simboli,  istanti unici che han fatto il loro tempo, accompagnandole a momenti che non posso riassaporare. La malinconia ha il gusto dolciastro e irraggiungibile come un miele fantasma.

V.

MALINCONIA    Sito Instagram: alefitmua

Disperso

La pioggia continua a cadere da giorni, le gocce scendono a ritmi sempre più frenetici.

Il Disperso è in macchina da ore. Fissa le due sbarre nere ripetersi monotonamente in una danza che non le neutralizza.

La strada sembra essere costellata di vetri e diamanti, specchia un mondo granelloso e capovolto, deformando le malate luci dei lampioni. Il tutto pare sintetizzare un miserevole remake di Blade Runner.

Le gomme allontanano l’acqua dall’asfalto con ondate impetuose nel momento di collisione con le pozzanghere. Il rhythm and blues di Ray Charles, scorre sul display blu della radio, mentre caroselli di concetti sfuggono pigri sul limitare della mente.

Il Disperso è assorto dai pensieri che procedono come scene di un film, interpretato da briciole di intuizione, segni di filosofia, lacrime di memoria.

Riacquistato un momento di lucidità, si accorge di aver completamente sbagliato strada svoltando per una scorciatoia al quanto agreste. Per un po’ ha come la sensazione di procedere su di una superficie lunare, con crateri che appaiono d’improvviso illuminati dai fari dell’auto.

Non ha la minima idea di dove sia finito, sta guidando da più di un chilometro senza trovare l’ombra di una indicazione.

Sono le tre passate e decide di fare tappa. Spegne il motore, scende dal veicolo e si guarda attorno. Si trova in mezzo al nulla ma all’istante è invaso da un senso di libertà più che inquietudine.

Si siede sulla polvere appoggiando la schiena al cerchione della ruota anteriore. Il cellulare in mezzo al niente non dà segni di vita nemmeno per miracolo e in fondo gli va bene così. Forse è la prima volta che può godersi un attimo di pace, senza voci, telefonate, impegni in vista ed eccessivo stress.

In poco tempo scioglie i pensieri giù per la distesa infinita e, visto come corrono svelti, sembra che già conoscano a memoria ogni zolla e filo d’erba.

Gli occhi del Disperso fissano un telo nero con incalcolabili punti scintillanti, non ha mai visto così tante stelle, il cielo delle città caotiche dove è stato è sempre coperto.

Pian piano le vertigini del sonno gli addolciscono i contorni, tutto appare sbiadito con gradazioni da caleidoscopio, sulla frequenza di miraggi onirici.

Vale sempre la pena di perdersi così.

V.

disperso                  Sito Instagram: rob_2792

La Piazza

Il traffico affolla l’esistenza e in questa piazza già gremita la prima sera mi raggiunge, discreta e tollerante.

Il crepuscolo accresce la distanza dal groviglio di presenze, dalle biografie mai scritte, mentre la clessidra rivendica il suo centro.

Trovo il silenzio racchiuso nel clamore delle voci e sola in mezzo a tutti per tutti sono sola.

Raccatto i miei perché, li metto in fila e smetto di pensare, ma è solo un attimo, la particella d’infinito che sorprende e vela il volto dei destini già segnati.

Vivo dentro questa piazza nel sorpreso disincanto della smarrita giovinezza che avidamente chiede affermazione.

Sospesa nell’alto campanile rintocca la campana e non voglio domandarmi ora quanti l’hanno udita. La campana è un suono d’altri tempi e le orecchie dell’oggi sono dighe alla semplicità essenziale e all’eleganza di una nota.

Vedo l’ombra di due corpi schiacciati contro una vetrina, l’abbraccio di profili oscurati dalla luce di un negozio chiuso, palcoscenico improvviso che fonde quelle ombre in una sola e io quasi vi scorgo gli occhi che si guardano e le bocche che si toccano.

La piazza non s’avvede e l’amoroso slancio è senza spettatori.

Nella triste metafora che chiamiamo vita è un’altra storia che non avrà memoria nel tedioso sopravvivere dei molti.

Se chiudi i sensi alla realtà cosa ti resta? Questo nuovo dio non dona vita, ruba il tempo e ti seduce con effimeri gingilli mascherati da bisogni.

Corri adesso verso ciò che non ti serve e rispetta la fila riservata all’insensato!

V.

  Piazza del Duomo, Milano, durante il 150° anniversario dellUnità d’Italia.

Mare Freddo

Senza valigia salgo a bordo di un veliero sentendomi pirata, profeta, balena. Mi allontano dai crimini dei costruttori edili, immaginando paesaggi infiniti nel prossimo inverno.

Gli amici dell’infanzia mi chiamano con un nome, quelli di adesso con un altro. C’è chi mi conosce per quello che ero, chi per quello che sono, chi in modo veritiero, chi fasullo.

Vorrei scrivere cose bellissime, tipo del profumo di muschio bianco dei miei pensieri, quando ti vedo sfrecciare nella mia vita senza fermarti mai. Sei come il veliero che lascia la scia, poi dopo un po’ tutto torna come prima.

Questi sono i viaggi che mi portano più lontano degli altri, ti scrivo sempre storie che non posso spedirti mai. Però le rileggo ad alta voce come se fossi vicino a me ed immagino l’effetto che potrebbero scatenarti.

Ora so solo che i tuoi occhi color del mare freddo, sarebbero utili adesso che il veliero si è perso in mezzo ad un mare più profondo di me.

V.

MARE FF    Phi Phi Island, Thailand.

Milano

Mi ritrovo a girovagare nella notte, fuori dal chiasso e dal rumore d’una Milano sonnecchiante, aliena al giorno.

I led rimbalzano e rischiarano il mio viale, colossale parcheggio multiforme che accende la fantasia dei milanesi: a pettine, in fila, sopra i marciapiedi, tra gli alberi, di sguincio, a lisca di pesce e a cazzo di cane.

Lucida è la notte, sorpresa dall’umidità che annulla la polvere di una Milano stordita e prigioniera delle centraline anti-smog.

Città cresciuta in verticale, nell’altalena della borsa, nel Risiko finanziario e nelle vite spigolanti.

Nitido il rumore dei miei passi nel lento e tragico destino degli esclusi e dei reietti, sopravviventi all’ombra dell’eccesso.

C’è una luce in fondo al viale, ma scorre rapida e leggera con lo sferragliare del metallo. È l’ultimo tram che s’allontana, l’ultima distrazione dai pensieri che si affollano.

La curiosa sensazione d’esser qui e altrove insidia l’attimo, vissuto e raccontato dall’io che ormai non m’appartiene. Mi lascio trasportare dalla piega degli eventi. Tiro un calcio alla bottiglia lasciata sull’asfalto, giro a destra verso l’insegna d’una pompa di benzina, vuota come il senso del mio randagio andare.

Poco avanti, coperta dalla siepe, un fil di fumo sale lento per svanire.

Avanzo zigzagando tra le cicche e conto le piastrelle che calpesto, alzo un po’ lo sguardo e vedo una donna sulla strada. Non dico una parola, ma penso alle volte in cui mi è capitato di fallire.

Qual è il prezzo della disuguaglianza? In fondo anche Milano mi sembra una puttana.

MILANO