Brucaliffo

Concludo questa serata fumando del narghilè.

Subisco involontariamente il fascino di certe liturgie profane.

Mi incantano i cerchi di fumo che si compongono, mi fanno sentire come il Brucaliffo.

Il tiepido relax del tabacco e delle parole mi porta a incamminarti verso viali limitrofi.

Vorrei saper rapire il volto di ciò che muore lungo i solchi di questa sera, mentre l’erba schiocca il tempo al vento e scioglie senza sforzo la mia mente.

Giungo alla fine di un viale, sotto un tronco triste e perso, coi rami tetri, seducenti e un po’ spettrali. Attorno vi è solo terriccio e chiazze violette di petali caduti.

Mi siedo tra le radici fermandomi a cercare tregua cardiaca.

Sono in preda ad una calma feroce, è una strana sensazione.

Qui i pensieri si liberano più facilmente, mi addormenterei volentieri tra le braccia di quest’albero, tra il terriccio morbido, le foglie sgualcite e il tiepido venticello che saprebbe cullarmi fino alla stella del mattino.

Invece abbandono l’idea e allaccio le scarpe riprendendo a camminare.

La via percorsa resta alle mie spalle, quella da scorrere si apre lì davanti e in qualche modo mi riporterà dov’ero prima.

Questo sarà un altro luogo da aggiungere alla mia collezione di posti dove scappare per trovare pace momentanea.

Mi volto a guardarlo un’ultima volta mentre i piedi continuano a camminare.

V.

btucaliffo

Ringrazio Gaia per lo scatto, potete vedere le sue foto su instagram: Railwaysphoto

L’uomo allo Specchio

L’uomo lascia che le mani unite si riempiano dell’acqua gelata che scende dal lavandino.

Esegue meccanicamente il gesto circa una decina di volte.

Pensa che si dovrà sparare in endovena una smisurata dose di caffeina, per riuscire a reggere la giornata che lo aspetta.

Si guarda allo specchio e solca col dito le occhiaie.

Gli occhi sono lievemente arrossati e visibilmente stanchi, pensa che gli farà bene concedersi un’ ennesima serata in casa. Peccato che sia così poco sensato da non andare comunque a dormire prima delle cinque del mattino.

Spera che la caffeina sia in grado di trascinarlo in aria come uno shuttle, per non sentirsi parecchio spossato, provato.

Dovrà farsi venire la voglia di radersi la barba che cresce pigramente da giorni.

Sente di aver perso quel fascino che ha sempre fatto perdere la testa a molte donne.

E’ solo da mesi e l’astinenza si fa parecchio sentire, vuole ritornare in forma al più presto, deve cercare una soluzione.

Crede che al momento, una crepa sulla superficie liscia, sintetizzerebbe meglio uno stato mentale così illeggibile e distorto. Se si guarda allo specchio, stenta quasi a riconoscersi.

Sa che si sente cambiare, forse è la staticità che lo avvelena nel malsano risciacquo del banale.

Magari è solo molto stress.

Quello stress che gli ricorda che sarebbero mancati solo due giorni alla conferenza che forse gli avrebbe cambiato la vita. Ancora non aveva minimamente pensato al discorso da preparare…

La cosa lo rendeva decisamente nervoso e, il solo pensiero di dover essere al centro dell’attenzione, in mezzo a tanta gente, gli creava molta ansia.

Dunque decise di rintanarsi in una stanza d’albergo, la numero 892.

La stessa in cui è solito andare come rimedio per trovare la concentrazione adatta per scrivere.

La stanza era piccola ma piena dei confort necessari, situata in una zona silenziosa appena fuori dalla caotica città.

Dalla finestra si vedono un centinaio di alberi spogli, in file perfette come soldati.

Li trova così affascinanti e soli, sono tanti ma ognuno se ne sta immobile nel suo spazio, nella sua fila, senza che alcun ramo tocchi quello di un altro albero.

La solitudine dei suoi pensieri è dettata dalla sociopatia volontaria che vive. Era da anni che aveva chiuso con le persone che facevano parte della sua vita, diventando una sorta di “eremita da città”.

Continuava a far roteare la penna fra le dita, pensava fosse necessario farla girare spesso, per scrivere cose degne di essere lette più volte. Ama ciò che scrive, fino all’ultima virgola. Scrivere è il suo sistema per sfuggire alla morsa delle banali regole dell’esistere.

Il 13 febbraio è arrivato, l’uomo si guarda allo specchio con aria sempre più stanca ma infondo soddisfatta.

Era riuscito a scrivere ed imparare il discorso ma soprattutto a fare il nodo alla cravatta al primo colpo!.

La conferenza iniziò, una goccia di sudore stava scendendo dalla sua fronte per imperlargli il viso. Non si aspettava così tante persone, tutti quegli occhi puntati lo bloccavano.

Il suo libro era appena stato nominato tra i 5 finalisti al Premio Strega. E uno scrittore italiano non può chiedere di meglio che questo ambitissimo traguardo.

Spinto da altri scrittori seduti attorno a lui, cominciò il discorso uscendone mediamente soddisfatto.

Intrattenne per più di un’ora conversazioni brillanti e, lo champagne che di tanto in tanto arrivava in vassoi lucidissimi era decisamente buono e utile.

Quando il suo discorso finí, poté finalmente allentare il nodo alla cravatta che lo stava quasi impiccando.

Dopo qualche ora era pronto ad andarsene fiero di se e felice, ma… una donna, con due bicchieri di champagne, si avvicinò a lui per complimentarsi del libro con l’aria di aver voglia di intraprendere un discorso. L’uomo l’ assecondò.

Ci vollero pochissimi minuti per rendersi conto che c’era della indescrivibile chimica celebrale.

Quella sera, non fu la sua conferenza a cambiargli la vita ma quella conversazione, ciò che gli disse.

La mente di quella donna era un frattale vivente, una porzione riflessa di un intero più vasto, perfettamente funzionante.

Si era reso conto che stava parlando con un “NonUmano”…

V.

To be continued

La Cura lontana

Al momento, tra gli innumerevoli stati d’animo che mi porto dentro, la nostalgia è superiore a tutti.

Questo perché lo scorso anno, a quest’ora, chiudevo lo zaino di viaggio e aiutavo Jacopo a finire il suo, per poi partire all’alba verso un luogo che mi ha segnata profondamente.

A distanza di un anno potrei raccontare ogni singolo particolare.

È tutto ancora così nitido…ci penso e non reggo il confronto con la realtà attuale.

Cara amata, Cara mia Thailandia, sei riuscita a farmi ripudiare qualunque altro luogo che ho conosciuto, soprattutto quello dove vivo.

Sono qui senza te che resisto all’inverno milanese. È una sconfitta aprioristica per chi è nato col sole dell’estate ed ha vissuto il tuo calore.

Sono qui che sopporto le vuote formalità nel mio adattarsi quotidiano, per vincer l’apatia e resistere alla noia.

Ho l’anima appiccicosa che stancamente arranca, per cercare di riempire i miei vuoti interiori…

Mi sento come il pittore che non riesce a dipingere la nebbia.

Senza stimoli e pulsioni, sembra di percorrere un mondo che va per la sua strada senza un cane che mi ascolta.

Cara Thailandia, Cara Cura, quanto bisogno di una tua purificazione ho adesso, dei tuoi bagliori visibili oltre il margine del buio.

Dei benefici influssi capaci di guidare i miei passi e rendere sottile ogni pensiero infelice.

Ma ora sei lontana e il mio tempo per questo anno manca al nostro incontro.

Ma io arrendermi non voglio, ed arrendermi non posso e troverò una via d’uscita per strappare l’anima al torpore che l’afferra.

V.

Chiang Rai, Thailand

A tavola con persone sbagliate

Mi è capitato di sedermi

ad un tavolo di persone

che con me non c’entravano niente.

Intitolai quella sera:

“Il tripudio ottuso dell’idiozia”.

Il menù della cena si presentava

con l’insensata passività delle idee,

quell’ipocrita ed insulsa pesantezza

che lacera l’acciaio

e si nutre di certezze granitiche,

disgustose

come vermi di filo spinato.

Anche il vino di quel banchetto

mi fu amaro come

il più rancido dei veleni

dunque ci misi poco a decidere

di alzarmi e andar via.

Ripensando a quel momento,

sono solo fiera della scelta che feci.

Uscita dal ristorante

quella notte,

dissolsi il mio tempo

nel più nobile

dei sospiri.

Diedi un bacio alla Luna

e mi sentii più leggera e viva,

promettendomi

di non bere

neanche un goccio di vino

con persone non affini

che avrebbero rubato

anche solo un minuto

del mio tempo.

V.

a tavola con gente sbagliata

 

Piccola Ulisse

Nel mio perpetuo errare alla ricerca di lidi,

ho necessità a volte di riposarmi e trovar pace.

Tuttavia resto nomade nello spirito

e non posso fermarmi in un solo luogo troppo a lungo.

E nemmeno un tempo mi basta.

Spesso, delirando, dubito che sia sufficente un’esistenza soltanto.

Quando torno a ragionare coi remi della razionalità,

vedo troppi riflessi da placare  nei momenti di bonaccia.

Eppure, la vita che vado inseguendo,

è quella che mi travolge in larghe ondate.

E’ burrascosa e spesso finisce per spingermi in fondo,

ma sempre mi scaraventa al largo,

verso quell’ignoto che mi spaventa e chiama,

seducente come un canto di sirene ammalianti.

Ascoltai quel canto dall’inizio alla fine,

una sinfonia di incontrollabili emozioni

che viaggiano verso il loro possesso.

Ma la vera pace la ritrovo nel riunire

le poche persone che amo intorno al fuoco,

allo scorrere dell’idromele e del vino,

a raccontar storie accadute e non,

a perdersi in mari futili ed irrazionali

che effimeri non sono,

che hanno la consistenza dei sogni. E non è poco.

E narrando tali storie,

volgo lo sguardo verso l’orizzonte

per rimirar il limite estremo ove trova pace

la mia sete d’avventura.

V.

piccola ulisse

Barcelona, Spain

 

Carillon

Ritrovo un vecchio carillon

finito quasi per sbaglio tra i giochi dell’infanzia.

lo carico e rimango imbambolata per qualche secondo…

Osservo la silfide purpurea sfilare con un verde vestito,

si muove sinuosa ad otto orizzontale di un sogno infinito e perfetto.

Realizzata in vetro di Murano,

screzia il viola e il blu di oceani tersi di pioggia.

Il piccolo manto floreale procede il rosso velluto

che fodera l’arca in mogano.

La melodia danzante dal suo moto viziato si avvolge di solenne bramosia,

avvelena la mente a morsi di stiletto.

V.

carillon

 

Strane Sere

 

Vorrei saper rapire il volto di ciò che muore

lungo i solchi di questa sera,

mentre l’erba schiocca il tempo al vento

e scioglie senza sforzo la mia mente.

Dondolo sull’apparente equilibrio,

in bilico sulla cruna dell’attimo,

provo ad inserire un istante dietro l’altro.

Non finisco mai la mia collana di perle,

fallisco sempre nel mio intento.

Le fumose trame dell’ordine tacciono…

Si sente uno scoordinato canto

che si dissolve

davanti al quadro dei veggenti.

V.

strane sere        Piazza del Duomo, Milano.

 

 

Bangkok

È un momento di relax piuttosto strano, quando dall’alto vedo l’agitarsi di un mondo a sé.

Come api impazzite di un gigantesco alveare… tutti sfrecciano tra traffico, rumori, odori (spesso di olio ribollito al massimo), disordine e contraddizioni.

Io e Jacopo ci perdiamo in poco tempo, le strade son tutte uguali ma diverse.

Eccetto noi, il resto sembra sapere dove andare.

Ho visto blatte, topi e molto altro sottolineare le scarse condizioni sanitarie, ma ho anche visto persone senza denti regalarmi sorrisi Hollywoodiani per la strada senza un reale motivo.

Non riesco ad evadere e lasciarmi andare al relax, sono stregata da questa terra e anche innamorata!

Appena messo il primo piede nell’acqua, la mia mente si era già tolta le scarpe e correva dentro i miliardi di cavi elettrici che percorrono questa assurda città.

V.

thai

        Bangkok, Thailand

BANGKOK

Equilibri

Qualche anno fa ho regalato alla bambina dei miei vicini un bel libricino che parla della rivolta delle lettere minuscole contro le Maiuscole.

Venne, infatti, il giorno in cui la piccola a, stufa di subire le prepotenze della grande A, convinse tutte le minuscole a scappare con lei.

“Pazienza, dissero le Maiuscole, faremo a meno di loro!” Ma fu un grave errore lasciarle andare, perché senza le minuscole non funzionava più nulla.

V.

Cattura