Una scala per il Paradiso

Condivido le parole di Sofia, una ragazza nata nello stesso paesino delle mie nonne, situato nell’entroterra Siciliano. Parole per persone che ho conosciuto e che descrive nel modo migliore in cui poteva essere fatto. Buona lettura.

C’è una scala che, in questo momento, lega il cielo a Valledolmo.

E si sono ritrovati lì un uomo e una donna.

Aspettano entrambi che il Paradiso apra loro le porte.

E il Paradiso, lo so, li farà entrare insieme.

Lei è la storia del nostro paese.

Una donna, alta quanto una tazzina di caffè; una donna al cui cospetto anche i più grandi diventavano piccoli e che ha visto i più piccoli crescere, diventare grandi e lasciare il paese.

Sindaci, parroci, operai, professionisti, agricoltori, allevatori, casalinghe, insegnanti, bambini: tutti proprio tutti siamo passati dal suo sguardo inflessibile e sornione.

Lei, donna forte e volitiva, ha fatto diventare un Bar, IL BAR.

Al punto che quella stanza vicino alla Piazza, non è mai stata una semplice attività commerciale, no.

Quel Bar era lei.

Non era il Bar Sancarlo, era la zia Betta.

Lei ha visto cambiare il paese, per un secolo.

Con poche parole, parsimoniosi sorrisi e mani veloci è stata donna, capo e tacita enciclopedia del valledolmese.

È stata depositaria di segreti, confidenze, fatti e storie.

Davanti al suo bancone si sono consumati i riti mattutini dei pendolari e le vite di molti di noi.

Sotto il suo sguardo severo e tenero si sono alternati gli schiamazzi dei bambini e le discussioni degli adulti;

le maldicenze di gente con molta fantasia e la verità di chi si atteneva ai fatti.

Lei, dietro quel bancone, con l’età indefinita di una sfinge, ha raccontato le stagioni di Valledolmo tra una granita, un amaro e un torneo di briscola.

Ha tenuto testa a gente in cerca di quel po’ di alcool che lenisse il dolore e a gioventù, senza veli sul cuore, vogliosa di gelati, patatine e cioccolatini Kinder.

Lei, dietro quel bancone, il giorno che quell’uomo entrò al Bar e sparò, ha toccato con mano le colonne d’Ercole della pazzia umana e, per motivi che la ragione non comprende, ha visto morire il nipote.

Ecco, quando la morte entrò al Bar Sancarlo fu un giorno senza sole per tutto il paese.

E, da quel giorno, lei la cicatrice del dolore se la portò sulla pelle e tra gli occhi e il cuore.

Da quel mattino, il caffè fu più amaro un po’ per tutti ma, e il punto è proprio questo, fu sempre e comunque caffè.

Quasi come se lei volesse difendere, con il suo esempio quotidiano, la vita semplice che sopravvive al buio e un “buongiorno” perenne che non arretra di un passo dinnanzi alla notte.

Lui è un ragazzo buono, di quelli con la faccia baciata dal sole; di quelli che, nella vita, hanno avuto un solo grande amore; di quelli che, per coniugare i verbi al futuro, hanno dovuto lasciare Valledolmo.

Lui ha una storia fatta di profumo di sapone, estati celesti e campi verdi: verdi come gli occhi dell’unica donna che lui abbia mai amato; verdi come le porte del bagno del liceo dove lei disegnava cuori pieni delle loro iniziali; verdi come gli anni in cui entrambi si sono rincorsi, nascosti, cercati, voluti e tenuti per mano per le strade impolverate del paese.

Un sentimento cresciuto tra frangette, salopette, zaini, motorini, musica anni ’90, adolescenza e ricreazioni.

È stato un amore pulito.

Il loro grande amore pulito.

Un amore difeso dai “no”, protetto e custodito dagli occhi indiscreti; un amore cresciuto tra un gradino, una panchina e una piazza.

È stato quel tipo di amore che si è coperto di canzoni, poesie e dediche sul diario; che si è nutrito del coraggio della giovinezza e della convinzione che le anime gemelle possano incastrarsi anche tra un banco di scuola e le orme di un cantiere.

È stato l’amore ostinato e forte che ha avuto l’ardore di spingersi oltre le difficoltà fino a trasformare i “no” in “sì” e a consacrarsi sull’altare.

Quel giorno, sulle scalinate della Chiesa Madre, accanto a loro, accanto alla vittoria della loro unione , c’erano gli amici, i parenti e i sorrisi che solo l’amore può rendere splendenti.

C’erano anche loro due, sposi: giovani e felici tra un velo bianco e mille sogni colorati.

Poi è arrivata una valigia, una partenza per l’Italia che offre lavoro, mille saluti e altrettanti “Arrivederci”.

Lui ha preso la moglie per mano e ha spostato le loro radici altrove.

Tra nuove strade, nuove panchine e nuovi gradini, insieme, sono diventati una famiglia e con lo sguardo fisso verso il cielo hanno costruito una quotidianità sana: di quelle belle; di quelle genuine; di quelle che apri la porta di casa e c’è subito odore di terra, salsa e pane.

A Valledolmo tornavano spesso ed era sempre un tripudio di sorrisi, mani strette, abbracci sinceri e vigorosi.

E, come spesso accade quando un figlio di Valledolmo deve ripartire dal paese dopo una vacanza estiva, ci si salutava con un “Ciao”, così pareva che l’indomani si stesse ancora insieme tra il Pupo e il Bar della zia Betta: così pareva che Valledolmo fosse ancora quello degli anni ’90, quando bastava un “Ciao” per definire il futuro.

Lui era l’amico di tutti, l’esempio di come la dedizione, la sana fatica e l’impegno premino gli uomini di buona volontà.

Era uno di quegli uomini in grado di gridare “Ti Amo!”; uno di quelli nati per proteggere i sorrisi.

Tra un bicchiere di vino, un viaggio in macchina e la polvere di un palazzo da costruire, ha vissuto una vita illuminata dall’amore che non si ferma nemmeno davanti alle nuvole nere.

Una vita scandita da un caffè, dal sudore della fronte, da un pranzo, da una cena e, tutt’intorno, dal sentimento puro per l’unica mano che ha saputo contenere la sua: quella di una ragazza, in salopette, dagli occhi verdi con una canzone sulle labbra e il coraggio in fondo all’anima.

Ciao Ro, te ne sei andato volando, leggero, sull’amore ancora più puro per il cuore dei tuoi figli: l’unico luogo dove la morte non avrebbe mai dovuto bussare.

Proteggi la grazia del loro cuore e la dolcezza dei loro sguardi e continua a scortare la vita di tua moglie.

Fa’ che sia un “Ciao” lieve come il colore dei vostri sogni insieme.

Zia Betta e Rosario, Valledolmo vi deve tanto per le vostre vite comuni ma piene di fierezza, coraggio e ostinazione.

Mi piace pensare che, da domani, il Paradiso farà odore di caffè e sulla porta di San Pietro spunterà un cuore con dentro due iniziali:a indicare che l’amore ha un profumo semplice che si può incidere anche sulle nuvole.

Sappiate che il modo in cui entrambi avete sfiorato la mia vita è stato delicato, prezioso e gentile e oggi, insieme, vi siete andati a incastonare nell’angolo delle storie normali; le storie eroiche perché quotidiane: quelle storie di paese che decido di raccontare perché nessuno le disperda col vento freddo di Dicembre.

Sofia Muscato.

Valledolmo (PA)

50 Anni

Introduco questo racconto personale di un ragazzo dalla penna veloce, schietta e pungente. È da un po’ che lo seguo e trovo forte ed anche teatrali i suoi monologhi.

Vi avviso che il testo contiene parolacce ed imprecazioni, ma tanto nessuno qua si scandalizza! Buona lettura!

Mi immagino a 40 anni…

anzi a 50

facevo il figo perchè fino all’anno prima non avevo manco un capello bianco…

poi mi sveglio un giorno

mi guardo allo specchio appannato a fianco al cesso sgommato di mmerda

e puff

magia:

di colpo ho tutti i capelli bianchi

bianchi come escrementi di piccione

fantastico

vecchio tutta di un colpo

cazzo vi devo dire

sarà la droga

disoccupato,

colpito e affondato su un sofà impolverato,

in mutande PRIMAL,

assolutamente fuori forma:

dicevano che sarebbe arrivato il periodo “atletico”

dopo i 40:

infatti

in preda ai sensi di colpa di una vita dissoluta

ti iscrivi in palestra,

fai cose incredibili e fantascientifiche come fare jogging,

con una tutina fosforescente alle 6 e mezza di mattina,

d’inverno

0 gradi

per me quel periodo non è mai arrivato,

troppo marcio per ripulirmi,

i pensieri cattivi di sta testa malata hanno infestato tutto il corpo,

come metastasi…

sono irrecuperabile.

fanculo

guardo la tv

un luminoso 50 pollici,

comprato rigorosamente a rate…

porca puttana

finirò di pagarlo quando sarò morto,

arriverà il recupero crediti alle porte dell’inferno

e chiederà di me:

“IN CHE REPARTO STA PABLO FRIDA?

dov’è ricoverato?”

“sta all’Ospedale dei VECCHI DEPRAVATI

prego

di qua

e io mi nasconderò nelle fiamme

non mi troveranno

sti infami

Signorini è il nuovo presidente della Repubblica,

Fedez è il nuovo Vasco…

porca troia

risvegliatemi da questo incubo,

prendetemi a schiaffi,

versatemi in testa dell’acqua gelata…

nell’altra stanza c’è mio figlio,

avuto dalla mia ex…

non l’ho mai sposata

odio i matrimoni,

le ho detto che se voleva potevamo sposarci al cimitero,

vestiti a lutto,

di nero

con un bouquet fatto di crisantemi…

perchè il matrimonio è la morte di un rapporto

non riusciva più a sopportare ste cazzate,

e allora è andata via.

la vedo quando viene a portarmi Pablo Junior,

che è uguale e spiccicato a me fisicamente:

magro, occhi da cinese…

mi sarebbe piaciuto che assomigliasse a lei,

almeno era come averla ancora qui

con me

in casa

e invece no

sembra sia solo figlio mio

come se lo avessi partorito dal culo

bbastardo

beh

comunque

dovete sapere che sono orgoglioso di mio figlio:

Pablo Junior è un famoso youtubuer,

e sta tutto il giorno a fare video davanti al pc

12 anni di puro ritardo ragazzi…

purissimo

ma oggi voglio recuperare il nostro rapporto,

si,

perchè credo ancora nell’ alchimia che si può creare tra padre e figlio

allora mi alzo dal divano,

mi gratto le palle e mi annuso le dita

mmm

sanno di sotto palla

bbono

apro camera sua e faccio:

“Ei Pablo

che fai?

andiamo a farci un giro al Valentino?”

e lui

NO PAPà CAZZO

ESCI SUBITOO

NON VEDI CHE STO FACENDO UNA CHALLENGE!?

ed è in quel momento che penso

rrca troia

forse

e dico forse

era meglio un figlio eroinomane.

Pablo Frida

L’Essenza del Fighter

Condivido con voi queste parole inviate dal mio caro Amico e Maestro. Parole che infondono forza e luce che solo chi combatte sa ricercare e trovare in quei momenti della vita che non sempre sono luminosi.

~

Per anni ho corso all’aperto e ora mi ritrovo insieme ad altra gente ad attraversare un tunnel…

ne sono certo: c’è un’uscita!. Vorrei percorrerlo in un tempo brevissimo, ma mi rendo conto che il problema non è il tempo, ma la forza che ci devo mettere… va bene… la sfida non posso rifiutarla.

Chi esce per primo non vince nulla…

difatti non sarà una medaglia che prenderò all’uscita a farmi sentire un campione, ma l’abbraccio della mia famiglia e dei miei amici.

C.C.

La mafia è una montagna di merda

Con molto piacere, pubblico il pensiero vero e profondo di Sofia Muscato.

Non brinderò alla tua morte:

se lo facessi non sarei così diversa da te.

E, invece, se c’è un motivo per cui la tua esistenza ha avuto un senso è proprio quello di avermi fatto capire, a soli dieci anni, da che parte stare e per quali valori spendermi.

La tua esistenza ha fatto realizzare alla bambina che ero che il male esiste e, il più delle volte, coincide con mancanza di Luce, di Bellezza e di Giustizia e che io non volevo essere privazione ma pienezza di senso e di gioia.

Non farò nemmeno finta che la tua morte sia la morte di un uomo come tanti altri perché tu sei stato Totò Riina e, nel male che questo significa, ci hai segnato tutti.

Ci hai marchiato a fuoco con lo stemma della mafia e quello si è tatuato, velocemente, tra la vita e la storia di una città, di un’isola, di una Nazione.

Tu sei il motivo per cui mi sono vergognata di dire che Palermo era il mio luogo del cuore e sei il motivo per cui, ancora, una certa mentalità non si sradica dall’intima natura di alcuni uomini.

Già…

Come nei film migliori dove il cattivo, alla fine, muore e il bene trionfa incontrastato, mi piacerebbe che la tua morte segnasse un’era nuova, diversa, onesta, giusta.

Invece, purtroppo, mi rendo conto che, nella storia, ci sarà sempre un Totò Riina dietro il cui nome troveranno rifugio le situazioni di sopraffazione e malaffare, di spietatezza e mancanza di speranza, di disonestà e cinismo.

Non sarò io a giudicarti o a dirti chi sei stato.

È esistita la giustizia terrena, per il primo giudizio e arriverà la giustizia divina per il secondo.

Io non inaugurerò nemmeno tribunali sommari sul web.

Mi limiterò a impegnare ogni istante della mia vita a essere la persona più diversa da te nella storia delle persone più diverse da te.

E poi pregherò: pregherò che Dio ti riservi una nuvola 41 bis dalla quale, però, tu possa osservare, in lontananza, i Beati che hanno avuto fame di Giustizia.

Pregherò che tu possa scorgerli bene e nitidamente e chiederò al Padre Eterno che tu possa vedere, luminosi, raggianti e accarezzati dalla pace, anche Falcone, Borsellino e tutti i morti per mano tua, mentre con i loro sorrisi illuminano il Paradiso.

Spero che, dentro un cielo con regole diverse da quelle terrene, tu possa osservare tutto questo, cosicché tu possa capire tre cose:

1. Che anche il buio più nero, non sarà mai così profondo da prendersi l’ultima briciola d’amore di cui l’umanità e il Cielo,nonostante te, sono capaci;

2. Che il Principio di Giustizia esiste: È un Principio calato da Dio nel cuore degli uomini puri e da lì, non lo schiodano nemmeno i proiettili.

Incarnare l’integrità morale che contempla anche il perdono, dà un senso alla storia che vogliamo scriverci da soli. Ti dice su quali gambe cammineranno le tue idee e se, dopo il tuo passaggio su questa terra, cresceranno canzoni o bestemmie.

3. Che tu, ingiusto, nel tentativo perenne di combattere la giustizia, hai vissuto lontano dalla più alta forma di felicità che consiste nell’ascoltare la parte più profonda della tua anima, giusta per natura e ontologicamente orientata al Bene.

Tu, ingiusto hai speso tutta la tua esistenza alla ricerca di fuochi fatui e interessi che hai lasciato qui sul pianeta terra, dentro una cella angusta e un cuore piccolo.

I giusti, invece, non muoiono mai, davvero.

Mai.

E, anche squartati dalle tue bombe, freddati dalle tue pistole o uccisi nel modo più barbaro possibile, nel loro corpo fatto a brandelli, conservano molta più dignità di quanta non ce ne sia dentro il tuo essere il Capo di Cosa Vostra.

Sì.

È cosa Vostra.

Non Nostra.

Non MIA.

Io, qui sulla terra, ho fatto la mia scelta.

E siccome non sono come te non fomenterò odio o rabbia.

Ti lascerò andare sapendo chi sei stato, onorando la giustizia che mi porto dentro; ringraziando gli eroi che mi hanno aiutata a capire che il male ha solo il merito di rendere il bene più luminoso e cantando una canzone che arrivi al cielo.

L’unica canzone in grado di accompagnarti e infastidirti per l’Eternità: la canzone delle coscienze libere di questa Sicilia che ti sopravvive.

Sofia Muscato

Come nel Diorama

Ieri notte,

per la seconda volta nel giro di un mese,

sogno di stare insieme a Francesco Bianconi…

(mai ipotizzato nella vita reale).

Entrambi i sogni sono come in “Diorama”:

non esistono tempi,

nè prima e nè poi,

solo l’apice di una storia d’amore astratta,

fatta di poche parole,

di sguardi attenti

e di carezze rassicuranti

come la sua voce.

Quando mi sveglio,

litigo coi due tempi,

con quello dei sogni

e con quello della vita reale.

Riascolto “Diorama”

e prendo ancor più consapevolezza

che quei “Mondi Lontani”

senza tempo,

sono la fuga perfetta

da un mondo in rovina.

Ed è lì che mi sento al sicuro.

Sabina Gipsy.

come in diorama

 

La Stella Nera

Pensiero che gioca con la luce e la tenebra inviatomi da J.P. Buona lettura!.

Ho una stella nera

che mi abita,

risplende di buio,

illumina d’ombra

ciò che mi circonda,

accende d’oscurità

i miei luoghi,

rischiara di tenebra

i miei pensieri.

J.P.

STELLA NERA

A volte

A volte gli attimi

hanno una loro

interminabile durata

a volte la mente

si perde

dentro un suo ricordo…

a volte lo sguardo

non trova

il tuo bel viso

a volte

decidi

di dimenticare.

Jago.

a volte     Recco, liguria.

 

 

 

 

Musa

Eppur ti ho amata

più della mia stessa vita,

ma all’istante sei partita

e non avverto le tue dita.

Dimmi dove sei

mia capricciosa amica?

Non irrompe la mania,

né il balenio dell’idea,

non turbi la mia notte,

né delirio or m’inghiotte.

Dimmi dove sei

mia vanitosa amica?

Il calore del tuo fiato,

come te, se dileguato

e non odo la tua voce,

il timbro che seduce.

Dimmi dove sei

mia divina amica?

Mancano i giochi di parole,

la meraviglia che ci vuole,

l’eterna bizzarria,

la smania e la poesia.

Dimmi dove sei

mia perversa amica?

Cerco un’istanza superiore,

per sanar la cecità interiore,

ma già volteggia la ragione

dissenziente alla passione.

Dimmi dove sei

ambrosia nell’arsura?

Senza la tua ebrezza

diserta la bellezza,

l’astro sbaglia cielo

e l’oggi si fa velo.

Dimmi dove sei

Sirena che avvelena?

La tua rosa non ha rosso

e il mare è troppo mosso,

il vento lacera le vele

e il tuo addio è fiele.

Riaprimi la porta

scia di buon profumo,

tra sogni di carta

e nuvole di fumo.

Iago.

musa