Via d’uscita

L’uscita è indicata

ma la distanza potrebbe essere lunga…

Corro zoppa in questa gara

ma con una motivazione che gli altri

non avranno mai.

Sento il freddo nelle vene degli aghi,

il caldo delle arterie

ma corro, continuo a farlo!

Non vedo l’ora di uscirne.

Le mie forze sono tutte lì,

nei miei arti zoppi,

nei miei sostegni,

arte e affetti

stampelle e protesi.

In voi la mia energia

la mia forza propulsiva

per incontrare il futuro

appena fuori dalla porta…

Gaia Gea Anastasio

BUONA PASQUA 2019

Cari Amici aggiungo ai miei voti augurali le riflessioni e gli auspici di iago. Buona Pasqua a Tutti.

Cara Valentine, ogni anno la Quaresima ci ricorda la necessità di compiere un cammino per comprenderci e sorprenderci.

È un percorso interiore, spesso faticoso, che cerchiamo di rimandare o sostituire con la più comoda autostrada commerciale, il surrogato del dono, l’effimero regalo, il tributo necessario, l’alibi per non fare i conti con se stessi e con gli anni che passano.

Ogni anno che passa imparo qualcosa, ma la vastità che ignoro è il limite che non riesco a misurare. La siepe che mi impedisce di guardare l’interezza di un’avventura affascinante.

Il 2019 porta anche il peso e la responsabilità degli anacronismi e delle idee stantie che ostacolano il cammino dei cittadini verso la consapevolezza dei propri diritti.

La consapevolezza, cara Valentine, è ciò che ci permette di essere sempre vigili e di vivere il presente per sentire, crescere, amare e dare forma alle cose ed ai progetti, tenendo a bada chi vorrebbe innestare nelle Nostre menti il “pilota automatico” per farci perdere il contatto con l’unico momento che conta, quello presente.

Invito, quindi, chiunque sia interessato a recuperare la ricchezza dei propri momenti: ad essere presente a se stesso, ad uscire allo scoperto per rivendicare i propri diritti, ad essere consapevole dei propri doveri, ad essere pronto a vivere il cammino che ha scelto di intraprendere, senza lasciarsi sopraffare dall’indottrinamento che lo spinge e lo considera “consumatore”.

La Pasqua è una festa importante, la soglia che cadenza il dogma del ritorno e, indipendentemente dalla fede, riguarda Tutti: nell’alternanza tra il giorno e la notte, la gioia e la tristezza, la sofferenza e la speranza.

Ogni giorno percorriamo le strade conosciute indossando la monotonia del conformismo.
Ogni giorno chiudiamo gli occhi per non vedere che alberghiamo in una società impersonale, boriosa, supponente, tristemente incapace di mettersi in discussione.

Che uomini siamo? Fino a quando riusciremo a turarci il naso per sopportare il tanfo di sentina emanato dai pensieri contorti di una classe dirigente senza slancio morale, tenacemente avvinghiata alla poltrona e ai privilegi?

Fino a quando riusciremo a voltare le spalle ai problemi dell’oggi che ipotecano il futuro?

Fino a quando fingeremo di non capire che senza democrazia, giustizia, educazione, fiducia, condivisione e responsabilità sociale, precipiteremo nell’abisso?

Quale cinismo domina l’agire? Esistono temi che devono essere affrontati per non farli naufragare, sebbene costituiscano la trama e l’ordito di qualsiasi tessuto collettivo che voglia definirsi civile.

Quando il modello di sviluppo in auge, segnato: dall’imperante hybris tecnocratica, dalla voracità di quattro porci a piede libero, dalla temibile corruzione politica, dall’eccezione permanente, dall’analfabetismo etico-culturale, dall’ignavia e dall’irresponsabilità individuale dei custodi della legge, dalla demolizione dei diritti, dallo smantellamento del welfare, dalla precarizzazione sociale, dalla collusione dei media e dall’incapacità di capire quando è il momento di fermarsi; incrocerà il furore del popolo, che faremo?

La fame non conosce legge e due sono i potenti: chi ha molto e chi non ha niente.

Per tutti arriverà il giorno del redde rationem e allora si dovrà scegliere senza ipocrisia, dando a ciascuno il suo: “Reddite quae sunt Caesaris Caesari et quae sunt Dei Deo”.

Guardiamoci allo specchio e interroghiamo l’immagine con la consapevolezza di chi non può mentire a se stesso e, forse, alla fine del cammino scopriremo: il lampo che illumina la notte, luce che rischiara la necessità di custodire ciò che ci appartiene; il calore di chi ci ama, la gioia del cuore; la viva fiamma della Pasqua che avversa la tempesta e non si spegne.

In questo Nostro tempo frettoloso dobbiamo cogliere l’istante del contatto e le sue infinite possibilità per riscoprire il vero senso della vita, superando i laceranti compromessi e la fragilità delle parole.

Dobbiamo sforzarci di vivere con gli occhi aperti per imparare dagli errori, sempre pronti a rialzarci dopo le cadute, predisposti all’ascolto dell’altrui disperazione e preparati ad aggredire le ingiustizie.

E quando le delusioni prevarranno e la vita ci sembrerà insopportabile potremo ancora scegliere di essere liberi, anche dalla convinzione di sentirci vittime delle circostanze.

Questa è la vita, il filo teso tra l’alta vetta e la caduta. Qui non si torna indietro, si resta e si combatte senza vacillare. Nessuno scappa e nessuno si ammutina.

Solo i codardi scappano di fronte alle difficoltà e alle intemperie della vita. Solo i codardi abbandonano il campo di battaglia.

Solo i codardi meritano la poesia che dedicai ad un loro insigne rappresentante:

Semplicemente,

non c’è volontà di crescere e capire.

Con le palpebre chiuse è facile cadere.

Atona è la voce di un volto senza luce.

Dimmi cosa resta della tua anima tradita?

La ragione non dà scampo,

solo l’anima ti resta

mentre il corpo cede il suo vigore.

Sei solo l’ombra di un’idea,

l’accento di un codardo

e la mia speranza aspetta

il riscatto del vile.

Per chi ha fede la Pasqua rappresenta la gioia di una vita nuova, la gloria di Gesù che sconfigge la morte e indica il cammino.

Per i non credenti la Pasqua ha tanti significati differenti.

Auguro a Te e agli amici di riconquistare il tempo da dedicare alla gioia degli affetti e al calore delle emozioni, incidendo ogni istante nel grande libro della vita… che non finiremo mai di leggere.

Auguri, iago.

Pedalando sui Pensieri

Simone Sendoh mi regala un secondo racconto che con molto piacere condivido qui con voi. Buona immersione cari lettori… 

07:10 a.m. la sveglia canta la sua condanna uccidendo ciò che rimaneva dei miei sogni notturni … fuori l’aria è fredda e la pedalata che mi aspettava per arrivare in ufficio non mi allettava troppo … cerco di distrarmi da questo mood, leggendo qualche notizia, mentre inganno il mio stomaco con qualche biscotto lasciatomi la sera prima da un’amica … scorrendo le notizie leggo che oggi , 14 Settembre sarebbe stato il compleanno del giornalista Tiziano Terzani … non molto tempo fa mi ero ritrovato a leggere un suo libro postumo, una raccolta dei suoi appunti di viaggio, che condivideva con la moglie Angela, una sorta di diario che spediva dai paesi lontani in cui viveva … lui il suo lavoro lo amava, e questa sua passione la si avvertiva nei suoi scritti, riusciva sempre a trasmettere un senso di pace, di leggerezza e di consapevolezza, che raramente ho riscontrato in qualcun altro, o in qualche altro testo … avrei fatto tardi, ma decido lo stesso di sfogliare quel libro, per cercare l’ispirazione necessaria a farmi iniziare la giornata … era così nitida la sua coscienza del momento presente, nei suoi appunti lo si percepiva chiaramente! Non dava nulla per scontato e si sentiva grato anche dei più piccoli gesti che percepiva … il canto degli uccellini mentre faceva jogging o la melodia dei tasti della sua vecchia macchina da scrivere … e così trovo il coraggio, decido di sorreggermi su queste consapevolezze e cerco di portare dentro al mio cosmo quel flusso di sensazioni, per proteggermi da ciò che mi riserverà questo martedì mattina …

Ipnotizzato dalla ruota anteriore della mia bici, entrai in uno stato mentale inaspettato … meditare non significa bruciare un incenso, accendere qualche candela, e ascoltare musica rilassante, ma significa trovare una connessione con noi stessi, c’è chi ci riesce camminando, chi nuotando, ed è così, che pedalando, in modo del tutto non programmato mi sono reso conto come in fondo è tutta una questione di approccio, e prospettiva … avrei potuto presentarmi al lavoro con il morale alla rovescia, non avevo nessuna intenzione di buttare via il mio tempo in quel modo e in quel posto, avrei potuto lamentarmi col destino, perché nei molti trat­ti di strada, dove le case coprivano il timido sole del mattino, il freddo si faceva sentire, il vento era tagliente … avrei potuto tenere lo sguar­do basso, seguendo la monotonia che l’asfalto dona ad ogni strada … avrei potuto approcciare questa giornata come tante altre mattine … oppu­re, senza cambiare niente, di ciò che mi circondava, avrei potuto de­cidere semplicemente di prendere le cuffie e farmi cullare da una bella chitarra aborigena … avrei potuto alzare il mio sguardo, e accorgermi che nonostante fossi l’unico in sella ad una bicicletta, a patire il freddo, tutti gli altri chiusi nelle loro automobili riscaldate, parevano arrabbiati e frustrati, e si impegnavano ad imprecare contro il traffico … più prendevo atto di questa nuova realtà e più mi sentivo volare leggero, cominciai a cantare, e senza accorgermi stavo dipingendo un sorriso sincero sul mio volto! La sensazione si radicava in me e potevo permettermi di distrarmi ad immaginare le semplici emozioni che provavano due cani che si incontravano in un parco, mentre trainavano i loro padroni a loro volta legati al guinzaglio di uno smartphone… e quando mi sono reso conto di poter avere una scelta, ho sentito come una consapevo­lezza formarsi in me, che mi ha fatto sentire sollevato, mi ha fatto rendere conto di essere fo­rtunato! Si è vero stavo per andare al lavoro, e avrei passa­to il mio tempo, in un modo che non mi piaceva, ma come pote­vo non essere felice, io ero libero, ave­vo le braccia aperte come ad abbraccia­re tutto questo mondo che mi faceva stare bene, io cantavo, io ridevo!

E inebriato da questa gioia mi sono perso in labirintici percorsi, che mi hanno portato a ritroso nel mio passato… mi ricordai di come da bambino, fossi appassionato di pallacanestro, e desideravo tanto una felpa di Jordan, proprio ora ne stavo indossando una … il freddo era scomparso, e sollevando le maniche, scoprii alcuni dei miei tatuaggi, quando ero adolescente sognavo tanto di averne uno, e ora sulla mia pelle ne avevo una doz­zina … ho tirato giù il cappuccio, e il vento mi spettinava i capelli, da ragazzo ho sempre provato a farmeli crescere e adesso sono un paio di anni che li tengo lunghi … mentre scrivo queste parole mi rendo conto che suonano così banali, possono sembrare anche frasi fatte, ma in quel momento, vivendo in prima persona quelle semplici emozioni, era impossibile non capire che la vera felicità non è negli altri, non è in ciò che ci dic­ono, o in ciò che ci viene negato, non è in un rapporto, o nella sua mancanza, non è in un lavoro, o in una vacanza, ma si trova dentro di noi, si trova ovunque, è in ognuna di queste cose e in nessuna di esse, la felici­tà può essere in qualsi­asi cosa, se l’approc­cio che abbiamo è quello giusto, se la nostra propensione è positiva! È banale lo ammetto, ma è anche così semplice, puro e vero, che non ho provato vergogna, a sentirmi felice semplicemente perché ho i capelli lunghi, o per avere la pelle coperta di inc­hiostro, è la gioia di un bambino che desiderava la maglietta del suo giocatore preferito, per sen­tirsi come lui, per immaginare di volare e di saltare come faceva lui! Noi siamo anc­ora capaci di provare queste sensazioni, ma purtroppo ci di­straiamo troppo spesso, non ci diamo l’occasi­one di farlo, per non risultare infantili o appunto banali, ma ci stiamo precludendo un’opportunità, perché siamo noi a fare la scelta di soffermarci sui punti in cui l’omb­ra ci fa sentire il freddo, o sul fatto che essendo in bici, dobbiamo fare fatic­a, o che è così stan­cante avere uno zain­o, un borsone e un pallone tutto quanto in groppa sulla bici, e invece baster­ebbe renderci conto che dentro quel borsone c’era un cambio di vestiti, per poter andare a gio­care a basket in pau­sa pranzo, in un campe­tto appe­na costruito proprio di­etro al mio ufficio! Mi basterebbe ricordar­e che quando da bambino, iniziando a gio­care a pallacanestro, mi appassionavo a Slam Dunk, un manga da cui è stato tratto un anime sp­assosissimo, rimanevo così ammir­ato da questo personaggio di nome Rukawa, che andava a scuola con il pallone sotto brac­cio, con la sua bici­cletta e la sua musica in cuffia, e io speravo tanto di poter esse­re come lui un giorn­o, ma Rukawa è un ca­rtone animato, non esiste, non deve pagare un mutuo, non deve fare un lavoro che non gli pi­ace, è ovvio che risulta perfetto, è imbattib­ile, e finché noi se­ttiamo la nostra def­inizione di felicità su questi modelli che la televisione o i social ci impongon­o, noi perderemo sempre, come possiamo battere un tizio che non deve nemmeno perdere tempo per and­are al lavoro, lui gioca a basket e bast­a!

Ma seppur in rita­rdo, ho finalmente capito che i sogni bi­sogna semplicemente interpretarli! I sog­ni che facciamo ment­re dormiamo si sa, vanno interpretati per carpirne il mess­aggio nascosto, e lo stesso vale per i sogni che facciamo ad occhi aperti, anzi, forse ancora di più, perché sono più lucidi … e lo stesso vale per quei sogni fantastici che fa­cevamo da piccoli, bisogna solamente adattarli alla vita reale per dar­gli un significato! Io sognavo di dive­ntare come Rukawa e ora mi ritrovavo su una bicicletta proprio come lui, con i capelli lunghi proprio come lui, con un pallone sottobra­ccio proprio come lui, con la musica in cuffia proprio come lui … e sto anda­ndo al lavoro, e fa freddo, e sono stanco e affaticato … ma ancor di più mi se­nto grato per la mia vita, per le perso­ne che mi hanno perm­esso di essere qui, per la gioia che mi circonda, per i trat­ti di sole che mi sc­aldano, per il vento che mi spettina e gli uccelli che canta­no e che mi salutano quando passo, ogni mattina, nello ste­sso punto! La felici­tà si trova dentro di sé non al di fuori e capisci che tutto questo non è un banale cliché solo quando lo raggi­ungi e lo senti davvero, e per raggiungerlo bisogna lavorarci molto, bisogna fare fatica e avere la pazienza di commettere sbagli… ma ci sono giorni come questo … giorni che potevano essere compleanni, per qualcuno che ora non c’è più … giorni che sono stati legg­eri, pieni di consap­evolezza e gratitudi­ne provata in qualche parco di Beijing, ne­gli anni 70, per il mio “maestro” Tiziano Terzani… giorni in cui, per essere fe­lice, non serve nien­t’altro che pedalare … meditare … asco­ltare ciò che ci cir­conda e ciò che abbi­amo dentro e dire semplicemente gr­azie per tutto questo…

Simone Sendoh

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La prima Ira

Grazie ad Eleonora Viggiani per avermi donato un altro suo scritto da condividere con voi.

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In questi giorni che finisce un’era mi ritrovo con non poca Ira, che se non era per sua parola sarei sospesa ben oltre l’ora.
Per ogni mai che prendo al tempo reggerò il gioco a un giorno intero. Passerà luna, camminerò ombre sulle sue onde alzate al mare nei giorni a te che resti chino sopra lo specchio e cerchi me nel suo riflesso, ma non ti accorgi dei giochi, falsi assi nella partita che fai di me.
Se pur vittoria, che cosa resta per dono a me?
Volevo te senza clamori, speravo te senza preghiera, ed ora guardo solo la scia che segna il passo solco di te.
Il cielo aumenta di volta in volta e mi trasporta lontano in se che non ritrovo neanche l’onda che mi richiama per farsi me.
Son dove sono e come sono lo vedo in te che sei disperso al capoverso cercando me.

Eleonora Viggiani

Donna di cuori

Un sentito ringraziamento ad Eleonora per avermi donato il suo scritto da condividere con voi.

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Donna di cuori è anche al rovescio come se fosse di fronte a uno specchio per decidere del suo alterego. Penso a lei qui dentro, la penso da un pò anche se non m’appartiene che nel ricordo. Penso a lei magnifica e superba, lei che ora mi guarda di traverso e vede al rovescio. È infelice per ciò che non ha, perfettamente attenta a crogiolarsi nelle mancanze e nei vuoti di colore. È  divenuta assenza di cuore a cui manca lo spazio per esserci, e par dirmi che invidia anche la moltitudine della mia solitudine. Rampicante urticante dove non cresce altro, fiori giallo zolfo per ogni lacrima che strappa, ma gliele concedo a speranza che cada da lì dov’è abarbicata. È la cima più alta della torre più bella ma vorrebbe comunque frantumar le altre perché non le governa. Mal sopporta il riflesso di sé e gioca a scacchi sola per non perder nessun re. Non ride, non crede, non brama alcun erede. Si strugge e distrugge. Non chiede, pretende. Gialla rosa di vetro donata ad ogni mio inverno, trama svelata di una fiaba mal celata, amore non degno perché senza pegno. Ma lei non mi guarda, bugiarda sorride e graffia la faccia. Per ora è scomparsa, sommersa, ma so di volerla. Non ora, non qui, ma da qualche parte si.

Eleonora Viggiani

Push the red button

Cari scrittori e lettori, condivido con voi un ironico ma allo stesso tempo veritiero racconto scritto apposta per il mio blog da Simone. E sono contenta e onorata per questo.

Vi lascio alla lettura e che possiate apprezzarne il testo quanto me.

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Sono nel centro … ma non nel centro del mondo … ahimè, sono soltanto nel centro commerciale vicino casa…

Apro un bigliettino natalizio musicale, con le lucine che fanno da cornice ad una “frase da cioccolatini”, e mi sento improvvisamente molto più in sintonia con i cattivi dei film di James Bond, che sono sempre alla ricerca di quel famoso pulsantone rosso che farebbe sparire la razza umana …

Ma tutti oggi dovevano venire a fare la spesa?! … Sarò drastico … ma io credo che siamo in tanti, o meglio siamo in troppi … perché in fondo, i numeri si contano, ma le persone si pesano … e mentre peso le zucchine alla bilancia automatica … che numero sono? ah sì, 24 … dentro di me prende forma un’idea … non so da dove arrivi, si genera da sola … si auto costruisce … come i mattoncini colorati di Lego, che mi circondano in questo infinito labirinto dei balocchi … un’idea colorata …

“Sono fermamente convinto che la solitudine non sia il problema da risolvere, ma sia la soluzione al problema!” mi dico mentre raccolgo l’ultimo mandarino rimasto solo nella cesta …

Mi rendo conto che sono finite anche le arachidi … zero, nada, estinte … estinte … a proposito, vi rendete conto che siamo l’unica razza che ha il privilegio di poter scegliere se eclissarci per sempre … o fermarci prima, fare qualche passo indietro … qualche passo laterale … e ricominciare nella giusta direzione … e per quanto sia paradossale, non abbiamo ancora scelto … e nemmeno io ho ancora scelto … compro il cous cous o la quinoa, mhhh …

I rinoceronti bianchi non hanno la possibilità di scegliere di non essere bracconati … così come i coralli non possono scegliere di smettere di “fiorire” … ma noi questa fortuna ce l’abbiamo, e finora la stiamo sprecando …

Umani … Favoriti dalla sorte dovremmo chiamarci … qui in fila alla cassa, qualcuno di noi potrebbe addirittura vincere uno smartphone … … …

Eppure tutta questa sorte favorevole io non sento di meritarla … ci continuiamo a ritenere la razza predominante sul pianeta, ma dovremmo imparare a vederci un po’ più dall’alto … a decentrare la nostra attenzione, da noi stessi, a ciò che ci circonda … e per farlo non ci serve certo “Google Earth” …

Sappiamo solamente metterci al centro … e questa volta sì, ahimè … al centro del mondo …

Sono circondato da poesia in movimento, bellezze indescrivibili, e un’infinità di macchine in coda, in uscita dal parcheggio del supermercato … che fanno danzare i tergicristalli sui loro vetri appannati … c’è bellezza in tutto questo … eppure nemmeno la donna più bella del mondo sarà mai bella come un lupo che caccia al chiaro di luna … nemmeno il più tenero sorriso di un bambino, sarà profondo e sincero come gli occhi di un gorilla sotto la pioggia… nemmeno il più elegante reale d’Inghilterra, sarà nobile quanto la corsa di un cavallo sulla sabbia… al concorso di Miss Universo, dovrebbero partecipare anche i fiori … in lista per l’Oscar al miglior film, dovrebbe ricevere una candidatura anche la barriera corallina … e nei più prestigiosi musei delle grandi città, dovrebbero essere in mostra anche i fiocchi di neve …

Non siamo poi così bravi e belli come crediamo alla fine … Sarei curioso di vedere chi vincerebbe … a proposito, chissà chi ha vinto X-factor … fammi fare una ricerca sul pc …

Eppure siamo in grado di comporre epiche sinfonie … di scolpire statue eteree… e di creare divini poemi …

Ma non meritiamo le armonie di Mozart … i felini hanno orecchie più acute delle nostre, loro sì che sarebbero degni di tanta limpidezza … eppure la mia gatta sembra più interessata alle buste della spesa che ho appena appoggiato sul pavimento, piuttosto che al “Requiem in D minore” del più grande genio musicale mai esistito … che nel frattempo ho fatto partire su you tube …

Non meritiamo le sculture di Canova … la pelle dei serpenti è senza dubbio più pura della nostra … eppure potrebbero persino ritrovarsi ad ondeggiare, con la loro strisciante danza, sulle morbide curve marmoree di “Amore e Psiche” senza accorgersi neppure della perfetta levigazione del marmo, reso leggero e immortale …

Non meritiamo di studiare la “Divina Commedia” … gli ampi occhi di un’aquila sarebbero ben più preparati per accogliere cotanta luce poetica … eppure potrebbero persino ritrovarsi tra gli artigli l’immensa opera del Sommo Poeta, senza essere capaci neppure di leggerla …

Seguo le luci di Natale disseminate sulle ringhiere dei cancelli, come se fossi Pollicino e mi ritrovo a casa …

Queste ingiustizie mi annebbiano la mente, non so cosa è giusto, e cosa non lo è … sono confuso … non avevo comprato il latte di soia? boh, va beh …

Sotto il caldo getto della doccia, il caos del centro commerciale è già un ricordo … mi sento meglio … non mi sento adatto alle grandi masse … quando sono solo in una stanza, siamo già in troppi

Decido di guardarmi un film di 007, ma non riesco a fare a meno di pensare che quell’ultimo mandarino … proprio come me, forse stava meglio da solo, o sul suo albero, se solo non lo avessi raccolto dalla cesta… penso che in fondo, alla zucchina non serviva essere misurata e pesata da me per sentirsi più felice …

E penso che anche oggi, a differenza del cattivone del film, l’unico pulsantone rosso che ho premuto è quello per annullare la transazione del mio bancomat … proprio non mi resta in testa questo nuovo pin …

Vorrà dire che lo terrò come buono proposito per il 2018 … oppure potrei scriverlo nella letterina …

“Caro Babbo Natale, quest’anno vorrei che l’umanità si destasse dal torpore che si è autoinflitta, e che invertisse la rotta per poter preservare tutto ciò che di bello ancora esiste e resiste … oppure se proprio vedi che non è cosa, e non ce la fai a svegliarci tutti … fai in modo che faremo un bel sogno lungo una vita, di modo da non combinare più danni, perché nessuno di noi combinerebbe  danni, se seguissimo più spesso e con maggiore intensità il nostro sogno … e mi raccomando, ricordati di spegnere la sveglia!”

P.S.: salutami tu la Befana, e digli di non stare a passare da me, che con i tempi che corrono, dobbiamo cercare di limitare le fonti non rinnovabili come il carbone …

Buone feste a tutti quanti …

Simone Sendoh

Una scala per il Paradiso

Condivido le parole di Sofia, una ragazza nata nello stesso paesino delle mie nonne, situato nell’entroterra Siciliano. Parole per persone che ho conosciuto e che descrive nel modo migliore in cui poteva essere fatto. Buona lettura.

C’è una scala che, in questo momento, lega il cielo a Valledolmo.

E si sono ritrovati lì un uomo e una donna.

Aspettano entrambi che il Paradiso apra loro le porte.

E il Paradiso, lo so, li farà entrare insieme.

Lei è la storia del nostro paese.

Una donna, alta quanto una tazzina di caffè; una donna al cui cospetto anche i più grandi diventavano piccoli e che ha visto i più piccoli crescere, diventare grandi e lasciare il paese.

Sindaci, parroci, operai, professionisti, agricoltori, allevatori, casalinghe, insegnanti, bambini: tutti proprio tutti siamo passati dal suo sguardo inflessibile e sornione.

Lei, donna forte e volitiva, ha fatto diventare un Bar, IL BAR.

Al punto che quella stanza vicino alla Piazza, non è mai stata una semplice attività commerciale, no.

Quel Bar era lei.

Non era il Bar Sancarlo, era la zia Betta.

Lei ha visto cambiare il paese, per un secolo.

Con poche parole, parsimoniosi sorrisi e mani veloci è stata donna, capo e tacita enciclopedia del valledolmese.

È stata depositaria di segreti, confidenze, fatti e storie.

Davanti al suo bancone si sono consumati i riti mattutini dei pendolari e le vite di molti di noi.

Sotto il suo sguardo severo e tenero si sono alternati gli schiamazzi dei bambini e le discussioni degli adulti;

le maldicenze di gente con molta fantasia e la verità di chi si atteneva ai fatti.

Lei, dietro quel bancone, con l’età indefinita di una sfinge, ha raccontato le stagioni di Valledolmo tra una granita, un amaro e un torneo di briscola.

Ha tenuto testa a gente in cerca di quel po’ di alcool che lenisse il dolore e a gioventù, senza veli sul cuore, vogliosa di gelati, patatine e cioccolatini Kinder.

Lei, dietro quel bancone, il giorno che quell’uomo entrò al Bar e sparò, ha toccato con mano le colonne d’Ercole della pazzia umana e, per motivi che la ragione non comprende, ha visto morire il nipote.

Ecco, quando la morte entrò al Bar Sancarlo fu un giorno senza sole per tutto il paese.

E, da quel giorno, lei la cicatrice del dolore se la portò sulla pelle e tra gli occhi e il cuore.

Da quel mattino, il caffè fu più amaro un po’ per tutti ma, e il punto è proprio questo, fu sempre e comunque caffè.

Quasi come se lei volesse difendere, con il suo esempio quotidiano, la vita semplice che sopravvive al buio e un “buongiorno” perenne che non arretra di un passo dinnanzi alla notte.

Lui è un ragazzo buono, di quelli con la faccia baciata dal sole; di quelli che, nella vita, hanno avuto un solo grande amore; di quelli che, per coniugare i verbi al futuro, hanno dovuto lasciare Valledolmo.

Lui ha una storia fatta di profumo di sapone, estati celesti e campi verdi: verdi come gli occhi dell’unica donna che lui abbia mai amato; verdi come le porte del bagno del liceo dove lei disegnava cuori pieni delle loro iniziali; verdi come gli anni in cui entrambi si sono rincorsi, nascosti, cercati, voluti e tenuti per mano per le strade impolverate del paese.

Un sentimento cresciuto tra frangette, salopette, zaini, motorini, musica anni ’90, adolescenza e ricreazioni.

È stato un amore pulito.

Il loro grande amore pulito.

Un amore difeso dai “no”, protetto e custodito dagli occhi indiscreti; un amore cresciuto tra un gradino, una panchina e una piazza.

È stato quel tipo di amore che si è coperto di canzoni, poesie e dediche sul diario; che si è nutrito del coraggio della giovinezza e della convinzione che le anime gemelle possano incastrarsi anche tra un banco di scuola e le orme di un cantiere.

È stato l’amore ostinato e forte che ha avuto l’ardore di spingersi oltre le difficoltà fino a trasformare i “no” in “sì” e a consacrarsi sull’altare.

Quel giorno, sulle scalinate della Chiesa Madre, accanto a loro, accanto alla vittoria della loro unione , c’erano gli amici, i parenti e i sorrisi che solo l’amore può rendere splendenti.

C’erano anche loro due, sposi: giovani e felici tra un velo bianco e mille sogni colorati.

Poi è arrivata una valigia, una partenza per l’Italia che offre lavoro, mille saluti e altrettanti “Arrivederci”.

Lui ha preso la moglie per mano e ha spostato le loro radici altrove.

Tra nuove strade, nuove panchine e nuovi gradini, insieme, sono diventati una famiglia e con lo sguardo fisso verso il cielo hanno costruito una quotidianità sana: di quelle belle; di quelle genuine; di quelle che apri la porta di casa e c’è subito odore di terra, salsa e pane.

A Valledolmo tornavano spesso ed era sempre un tripudio di sorrisi, mani strette, abbracci sinceri e vigorosi.

E, come spesso accade quando un figlio di Valledolmo deve ripartire dal paese dopo una vacanza estiva, ci si salutava con un “Ciao”, così pareva che l’indomani si stesse ancora insieme tra il Pupo e il Bar della zia Betta: così pareva che Valledolmo fosse ancora quello degli anni ’90, quando bastava un “Ciao” per definire il futuro.

Lui era l’amico di tutti, l’esempio di come la dedizione, la sana fatica e l’impegno premino gli uomini di buona volontà.

Era uno di quegli uomini in grado di gridare “Ti Amo!”; uno di quelli nati per proteggere i sorrisi.

Tra un bicchiere di vino, un viaggio in macchina e la polvere di un palazzo da costruire, ha vissuto una vita illuminata dall’amore che non si ferma nemmeno davanti alle nuvole nere.

Una vita scandita da un caffè, dal sudore della fronte, da un pranzo, da una cena e, tutt’intorno, dal sentimento puro per l’unica mano che ha saputo contenere la sua: quella di una ragazza, in salopette, dagli occhi verdi con una canzone sulle labbra e il coraggio in fondo all’anima.

Ciao Ro, te ne sei andato volando, leggero, sull’amore ancora più puro per il cuore dei tuoi figli: l’unico luogo dove la morte non avrebbe mai dovuto bussare.

Proteggi la grazia del loro cuore e la dolcezza dei loro sguardi e continua a scortare la vita di tua moglie.

Fa’ che sia un “Ciao” lieve come il colore dei vostri sogni insieme.

Zia Betta e Rosario, Valledolmo vi deve tanto per le vostre vite comuni ma piene di fierezza, coraggio e ostinazione.

Mi piace pensare che, da domani, il Paradiso farà odore di caffè e sulla porta di San Pietro spunterà un cuore con dentro due iniziali:a indicare che l’amore ha un profumo semplice che si può incidere anche sulle nuvole.

Sappiate che il modo in cui entrambi avete sfiorato la mia vita è stato delicato, prezioso e gentile e oggi, insieme, vi siete andati a incastonare nell’angolo delle storie normali; le storie eroiche perché quotidiane: quelle storie di paese che decido di raccontare perché nessuno le disperda col vento freddo di Dicembre.

Sofia Muscato.

Valledolmo (PA)

50 Anni

Introduco questo racconto personale di un ragazzo dalla penna veloce, schietta e pungente. È da un po’ che lo seguo e trovo forte ed anche teatrali i suoi monologhi.

Vi avviso che il testo contiene parolacce ed imprecazioni, ma tanto nessuno qua si scandalizza! Buona lettura!

Mi immagino a 40 anni…

anzi a 50

facevo il figo perchè fino all’anno prima non avevo manco un capello bianco…

poi mi sveglio un giorno

mi guardo allo specchio appannato a fianco al cesso sgommato di mmerda

e puff

magia:

di colpo ho tutti i capelli bianchi

bianchi come escrementi di piccione

fantastico

vecchio tutta di un colpo

cazzo vi devo dire

sarà la droga

disoccupato,

colpito e affondato su un sofà impolverato,

in mutande PRIMAL,

assolutamente fuori forma:

dicevano che sarebbe arrivato il periodo “atletico”

dopo i 40:

infatti

in preda ai sensi di colpa di una vita dissoluta

ti iscrivi in palestra,

fai cose incredibili e fantascientifiche come fare jogging,

con una tutina fosforescente alle 6 e mezza di mattina,

d’inverno

0 gradi

per me quel periodo non è mai arrivato,

troppo marcio per ripulirmi,

i pensieri cattivi di sta testa malata hanno infestato tutto il corpo,

come metastasi…

sono irrecuperabile.

fanculo

guardo la tv

un luminoso 50 pollici,

comprato rigorosamente a rate…

porca puttana

finirò di pagarlo quando sarò morto,

arriverà il recupero crediti alle porte dell’inferno

e chiederà di me:

“IN CHE REPARTO STA PABLO FRIDA?

dov’è ricoverato?”

“sta all’Ospedale dei VECCHI DEPRAVATI

prego

di qua

e io mi nasconderò nelle fiamme

non mi troveranno

sti infami

Signorini è il nuovo presidente della Repubblica,

Fedez è il nuovo Vasco…

porca troia

risvegliatemi da questo incubo,

prendetemi a schiaffi,

versatemi in testa dell’acqua gelata…

nell’altra stanza c’è mio figlio,

avuto dalla mia ex…

non l’ho mai sposata

odio i matrimoni,

le ho detto che se voleva potevamo sposarci al cimitero,

vestiti a lutto,

di nero

con un bouquet fatto di crisantemi…

perchè il matrimonio è la morte di un rapporto

non riusciva più a sopportare ste cazzate,

e allora è andata via.

la vedo quando viene a portarmi Pablo Junior,

che è uguale e spiccicato a me fisicamente:

magro, occhi da cinese…

mi sarebbe piaciuto che assomigliasse a lei,

almeno era come averla ancora qui

con me

in casa

e invece no

sembra sia solo figlio mio

come se lo avessi partorito dal culo

bbastardo

beh

comunque

dovete sapere che sono orgoglioso di mio figlio:

Pablo Junior è un famoso youtubuer,

e sta tutto il giorno a fare video davanti al pc

12 anni di puro ritardo ragazzi…

purissimo

ma oggi voglio recuperare il nostro rapporto,

si,

perchè credo ancora nell’ alchimia che si può creare tra padre e figlio

allora mi alzo dal divano,

mi gratto le palle e mi annuso le dita

mmm

sanno di sotto palla

bbono

apro camera sua e faccio:

“Ei Pablo

che fai?

andiamo a farci un giro al Valentino?”

e lui

NO PAPà CAZZO

ESCI SUBITOO

NON VEDI CHE STO FACENDO UNA CHALLENGE!?

ed è in quel momento che penso

rrca troia

forse

e dico forse

era meglio un figlio eroinomane.

Pablo Frida

L’Essenza del Fighter

Condivido con voi queste parole inviate dal mio caro Amico e Maestro. Parole che infondono forza e luce che solo chi combatte sa ricercare e trovare in quei momenti della vita che non sempre sono luminosi.

~

Per anni ho corso all’aperto e ora mi ritrovo insieme ad altra gente ad attraversare un tunnel…

ne sono certo: c’è un’uscita!. Vorrei percorrerlo in un tempo brevissimo, ma mi rendo conto che il problema non è il tempo, ma la forza che ci devo mettere… va bene… la sfida non posso rifiutarla.

Chi esce per primo non vince nulla…

difatti non sarà una medaglia che prenderò all’uscita a farmi sentire un campione, ma l’abbraccio della mia famiglia e dei miei amici.

C.C.