Altre Frequenze

Discretamente assorta nel tiepido riverbero della notte, medito sul complesso meccanismo che scuote le illusioni, sul loro costoso nutrimento e su come, spesso, possano sfociare in orrendi giochi di prestigio.

Presumo di essere più illusa che illusionista vista la mia innata capacità di abbagliarmi in automatico. Perché ti immagino qui e tu invece non ci sei e chiacchiero con l’aria chiedendomi se i matti abbiano mai ricevuto risposta.

Rifletto a fondo su una panchina vuota e, come sempre, comprendo di non aver ben afferrato le regole della vita.

Una lumaca attraversa la strada, lenta e saggia sa perfettamente dove andare. Nessuno si accorge di lei, infondo è così piccola per notarla. Nessuno però sembra accorgersi di me, sono più grande di una lumaca ma forse, quando penso troppo, ho il dono dell’invisibilità… o probabilmente, ognuno di noi è imprigionato nel proprio mondo per poter prestare attenzione a quello altrui.

Ed è proprio così che abbiamo smesso di vedere al di là.

Rimango in apparente silenzio per indefinibili minuti agli occhi dei passanti, in realtà non sono taciturna, sto solo urlando su un’altra frequenza.

Oggi per me è il giorno più triste del calendario e credo che questo rimarrà un fatto immutabile per sempre.

Vedo fiocchi di tenebra posarsi al suolo, freddi come neve, un compasso dal vertice neutrale disegna geometrie splendide, le vedo perfette nella loro invisibilità parziale. Se mi sforzo so di riuscire a vedere anche te.

Mi hai insegnato ad amare la fine delle cose e ad apprezzarle con una bellezza che non ha fine nel mio cuore. Ed è per questo che, anche se non ci sei più, io non potrò mai fare a meno di amarti e ringraziarti ancora. La mia penna avrà sempre da scrivere di te e per te.

In questi momenti, nonostante sforzi l’immaginazione, non capisco mai dove vanno le persone che muoiono ma, sento dove tu sei rimasto.

 Grazie.

V.

L’incerto

Non so più dove vaga

il mio spirito in tumulto.

Mi ritrovo sola

in un tempo disfatto

con le lancette sciolte.

Tra le nebbie dell’incerto

chiari s’odono

i passi del viandante.

Alta vola l’aquila

nel cielo meno scuro

e forse troverò

la sicura strada

e non rovinerò

lungo la china.

V.

Opera dell’artista Dalí (Nobility of time) 1977-1984. Foto scattata a Milano (San Babila).

A tavola con persone sbagliate

Mi è capitato di sedermi

ad un tavolo di persone

che con me non c’entravano niente.

Intitolai quella sera:

“Il tripudio ottuso dell’idiozia”.

Il menù della cena si presentava

con l’insensata passività delle idee,

quell’ipocrita ed insulsa pesantezza

che lacera l’acciaio

e si nutre di certezze granitiche,

disgustose

come vermi di filo spinato.

Anche il vino di quel banchetto

mi fu amaro come

il più rancido dei veleni

dunque ci misi poco a decidere

di alzarmi e andar via.

Ripensando a quel momento,

sono solo fiera della scelta che feci.

Uscita dal ristorante

quella notte,

dissolsi il mio tempo

nel più nobile

dei sospiri.

Diedi un bacio alla Luna

e mi sentii più leggera e viva,

promettendomi

di non bere

neanche un goccio di vino

con persone non affini

che avrebbero rubato

anche solo un minuto

del mio tempo.

V.

a tavola con gente sbagliata

 

Musa

Eppur ti ho amata

più della mia stessa vita,

ma all’istante sei partita

e non avverto le tue dita.

Dimmi dove sei

mia capricciosa amica?

Non irrompe la mania,

né il balenio dell’idea,

non turbi la mia notte,

né delirio or m’inghiotte.

Dimmi dove sei

mia vanitosa amica?

Il calore del tuo fiato,

come te, se dileguato

e non odo la tua voce,

il timbro che seduce.

Dimmi dove sei

mia divina amica?

Mancano i giochi di parole,

la meraviglia che ci vuole,

l’eterna bizzarria,

la smania e la poesia.

Dimmi dove sei

mia perversa amica?

Cerco un’istanza superiore,

per sanar la cecità interiore,

ma già volteggia la ragione

dissenziente alla passione.

Dimmi dove sei

ambrosia nell’arsura?

Senza la tua ebrezza

diserta la bellezza,

l’astro sbaglia cielo

e l’oggi si fa velo.

Dimmi dove sei

Sirena che avvelena?

La tua rosa non ha rosso

e il mare è troppo mosso,

il vento lacera le vele

e il tuo addio è fiele.

Riaprimi la porta

scia di buon profumo,

tra sogni di carta

e nuvole di fumo.

Iago.

musa

 

Insonnia

Sostieni il mio reinventarmi,

Insegnami a placare la mente

con le leggi del divenire,

Rendimi discepola di Eraclito,

fiamma di fuoco che condensa

e crea il creato.

Custodisci in me un’ anima arcaica,

vergine degli inganni.

Sotterra i miei tormenti

che pugnalano la notte.

Mostrami lo spessore,

dove si nota il confine

che la pelle degli occhi è troppo sottile.

Dammi la buonanotte, 

Scandisci il sogno dalla veglia,

Fammi sentire viva al risveglio. 

V.

INSONNIA

Cubista

Lunghi  capelli  avvolti dal  fumo

mossi e lucenti in denso profumo,

splendidi occhi verdi e brillanti

proiettano  sguardi  accattivanti,

naso  perfetto,  carnosa  bocca,

sicuro l’effetto per chi la tocca,

vestito  stretto  e  conturbante

dal  reggiseno  alle  mutande,

gambe lunghissime e ben definite,

scarpe strettissime col tacco a vite,

corpo sudato e pelle abbronzata,

tutto studiato per la serata,

zigomo forte, volto di cera

e le movenze di una pantera,

balli e ti muovi al ritmo giusto

sia per la scena sia per il gusto,

osservi chiunque ti stia vicino,

prometti gioie fino al mattino,

languida e lenta incede la danza,

solo illusioni, nessuna speranza,

scruti dall’alto e mostri disprezzo

a chi vorrebbe pagare un prezzo,

finita la notte non sei più regina,

togliti il trucco e stacca la spina,

ritorna nel mondo, quello reale,

senza pelliccia, senza stivale.

V.

unnamed

Milano

Mi ritrovo a girovagare nella notte, fuori dal chiasso e dal rumore d’una Milano sonnecchiante, aliena al giorno.

I led rimbalzano e rischiarano il mio viale, colossale parcheggio multiforme che accende la fantasia dei milanesi: a pettine, in fila, sopra i marciapiedi, tra gli alberi, di sguincio, a lisca di pesce e a cazzo di cane.

Lucida è la notte, sorpresa dall’umidità che annulla la polvere di una Milano stordita e prigioniera delle centraline anti-smog.

Città cresciuta in verticale, nell’altalena della borsa, nel Risiko finanziario e nelle vite spigolanti.

Nitido il rumore dei miei passi nel lento e tragico destino degli esclusi e dei reietti, sopravviventi all’ombra dell’eccesso.

C’è una luce in fondo al viale, ma scorre rapida e leggera con lo sferragliare del metallo. È l’ultimo tram che s’allontana, l’ultima distrazione dai pensieri che si affollano.

La curiosa sensazione d’esser qui e altrove insidia l’attimo, vissuto e raccontato dall’io che ormai non m’appartiene. Mi lascio trasportare dalla piega degli eventi. Tiro un calcio alla bottiglia lasciata sull’asfalto, giro a destra verso l’insegna d’una pompa di benzina, vuota come il senso del mio randagio andare.

Poco avanti, coperta dalla siepe, un fil di fumo sale lento per svanire.

Avanzo zigzagando tra le cicche e conto le piastrelle che calpesto, alzo un po’ lo sguardo e vedo una donna sulla strada. Non dico una parola, ma penso alle volte in cui mi è capitato di fallire.

Qual è il prezzo della disuguaglianza? In fondo anche Milano mi sembra una puttana.

MILANO