Fiamma di illusione

Subisco l’Era dell’Acquario,

ne sono consapevole,

me ne accorgo…

come ci si accorge che arriverà brutto tempo perché ci fanno male le ossa.

Sollevo puntualmente il capo in cerca di un segno che tarda ad arrivare…

poggio sconfitta le mani sulle mie guance ed i gomiti sulle ginocchia,

non vorrei pormi così tante domande

ma è la mia natura incontrollabile,

non si può impedire al lupo di chiedere alla luna.

Vorrei saper ridare pace all’anima,

placare uno stato così liquido da non essere più afferrabile.

Rubare il fuoco e scongelarmi ma…

non ho ancora capito come si fa.

Pensare mi pesa,

l’immaginazione è la mia illusione più grande…

plasmo di continuo futuri che non accadono mai se non nella mia mente.

Ballo il valzer con te nella mia stanza dello spazio e del tempo,

e’ il solo luogo dove balla anche chi non sa ballare.

Scrivo un elogio a te, ma tu non leggi

e tutto questo mi addolora, anche scrivere…

Brucia…

quanto brucia l’illusione,

non avrò trovato pace ma,

forse,

un modo per scongelarmi.

V.

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Via d’uscita

L’uscita è indicata

ma la distanza potrebbe essere lunga…

Corro zoppa in questa gara

ma con una motivazione che gli altri

non avranno mai.

Sento il freddo nelle vene degli aghi,

il caldo delle arterie

ma corro, continuo a farlo!

Non vedo l’ora di uscirne.

Le mie forze sono tutte lì,

nei miei arti zoppi,

nei miei sostegni,

arte e affetti

stampelle e protesi.

In voi la mia energia

la mia forza propulsiva

per incontrare il futuro

appena fuori dalla porta…

Gaia Gea Anastasio

Ora si va via

Ora si va per altre vie,

si va tra i misteri

del vivere ramingo

per dare un senso al viaggio…

Si va via da ciò che fu

della nostra adolescenza,

dai volti ormai sfumati

e dai sogni nel cassetto…

Ora si va via

dalle canzoni idiote,

dalle cattive compagnie

e dall’abuso dei mi piace…

Ora si va via

dall’erotismo

dalle luci di un’estate frettolosa

e dal compiacere ad ogni costo…

Ora si va via

dagli orrori della storia,

dagli ipocriti silenzi

e dalle logiche del branco…

Ora si va via

da questa società dolente,

senza senso e divenire,

che verso il nulla ti conduce…

Ora si va via

per incontrare luoghi nuovi,

per descrivere paesaggi

oltre il grigiore di città…

Ora si va via

per abbracciare cieli veri,

luci, zefiri e colline

e foreste di animali mai veduti…

Ora si va via

tra erbe sconosciute,

canti di cicale e voli di gabbiani

stampati contro il sole…

Ora si va via

dall’ingombranza

degli umani assai brillanti

che ti spiegano la vita…

La stessa vita che non hanno…

Ora si va via

perché viaggiando

puoi incontrare la poesia,

il canto forte che avvicina,

l’alta luce e il largo fiume

che tra le stelle ti trascina.

V. 

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Non ti scordar di me

Per la prima volta dopo tutti questi anni ti vengo a trovare…

Non so dire perché proprio adesso…non ho ancora accettato le regole della vita, soprattutto l’idea di non poter vedere più quegli occhi color del mare freddo, quel cristallo screziato di saggezza che soggiornava dentro la tua iride, placando istantaneamente il mio spirito ondeggiante.

Però sono qui, vestita in modo elegante, come se ci fossimo dati appuntamento per andare fuori a pranzo, in uno di quei posti curatissimi in mezzo al verde dove ci tenevi a portarmi sempre.

Sono qui, con una piantina in mano, forse avrei dovuto portare dei fiori, so che li avresti apprezzati… ma la verità è che odio i fiori recisi. Attorno a me tutte le persone che vedo li stanno portando ai loro cari, probabilmente non pensano che sono morti nell’attimo esatto in cui qualcuno li ha tagliati.

Ed io che sono qui, oggi, solo col desiderio di avere quel divino potere di ridare la vita, mai mi sognerei di portarti qualcosa che non ce l’ha più.

Questa per me non è solo una piantina ma un impegno, dovrò passare spesso a darle da bere, a potarla, a guardarla… uno sforzo enorme per una che in genere fa appassire anche le piante grasse!.

Ma ci proverò con tutte le mie forze, perché preferisco parlarti attraverso la vita che il freddo marmo su cui è posta la tua foto.

V.

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Cimitero Maggiore, Milano.

Pedalando sui Pensieri

Simone Sendoh mi regala un secondo racconto che con molto piacere condivido qui con voi. Buona immersione cari lettori… 

07:10 a.m. la sveglia canta la sua condanna uccidendo ciò che rimaneva dei miei sogni notturni … fuori l’aria è fredda e la pedalata che mi aspettava per arrivare in ufficio non mi allettava troppo … cerco di distrarmi da questo mood, leggendo qualche notizia, mentre inganno il mio stomaco con qualche biscotto lasciatomi la sera prima da un’amica … scorrendo le notizie leggo che oggi , 14 Settembre sarebbe stato il compleanno del giornalista Tiziano Terzani … non molto tempo fa mi ero ritrovato a leggere un suo libro postumo, una raccolta dei suoi appunti di viaggio, che condivideva con la moglie Angela, una sorta di diario che spediva dai paesi lontani in cui viveva … lui il suo lavoro lo amava, e questa sua passione la si avvertiva nei suoi scritti, riusciva sempre a trasmettere un senso di pace, di leggerezza e di consapevolezza, che raramente ho riscontrato in qualcun altro, o in qualche altro testo … avrei fatto tardi, ma decido lo stesso di sfogliare quel libro, per cercare l’ispirazione necessaria a farmi iniziare la giornata … era così nitida la sua coscienza del momento presente, nei suoi appunti lo si percepiva chiaramente! Non dava nulla per scontato e si sentiva grato anche dei più piccoli gesti che percepiva … il canto degli uccellini mentre faceva jogging o la melodia dei tasti della sua vecchia macchina da scrivere … e così trovo il coraggio, decido di sorreggermi su queste consapevolezze e cerco di portare dentro al mio cosmo quel flusso di sensazioni, per proteggermi da ciò che mi riserverà questo martedì mattina …

Ipnotizzato dalla ruota anteriore della mia bici, entrai in uno stato mentale inaspettato … meditare non significa bruciare un incenso, accendere qualche candela, e ascoltare musica rilassante, ma significa trovare una connessione con noi stessi, c’è chi ci riesce camminando, chi nuotando, ed è così, che pedalando, in modo del tutto non programmato mi sono reso conto come in fondo è tutta una questione di approccio, e prospettiva … avrei potuto presentarmi al lavoro con il morale alla rovescia, non avevo nessuna intenzione di buttare via il mio tempo in quel modo e in quel posto, avrei potuto lamentarmi col destino, perché nei molti trat­ti di strada, dove le case coprivano il timido sole del mattino, il freddo si faceva sentire, il vento era tagliente … avrei potuto tenere lo sguar­do basso, seguendo la monotonia che l’asfalto dona ad ogni strada … avrei potuto approcciare questa giornata come tante altre mattine … oppu­re, senza cambiare niente, di ciò che mi circondava, avrei potuto de­cidere semplicemente di prendere le cuffie e farmi cullare da una bella chitarra aborigena … avrei potuto alzare il mio sguardo, e accorgermi che nonostante fossi l’unico in sella ad una bicicletta, a patire il freddo, tutti gli altri chiusi nelle loro automobili riscaldate, parevano arrabbiati e frustrati, e si impegnavano ad imprecare contro il traffico … più prendevo atto di questa nuova realtà e più mi sentivo volare leggero, cominciai a cantare, e senza accorgermi stavo dipingendo un sorriso sincero sul mio volto! La sensazione si radicava in me e potevo permettermi di distrarmi ad immaginare le semplici emozioni che provavano due cani che si incontravano in un parco, mentre trainavano i loro padroni a loro volta legati al guinzaglio di uno smartphone… e quando mi sono reso conto di poter avere una scelta, ho sentito come una consapevo­lezza formarsi in me, che mi ha fatto sentire sollevato, mi ha fatto rendere conto di essere fo­rtunato! Si è vero stavo per andare al lavoro, e avrei passa­to il mio tempo, in un modo che non mi piaceva, ma come pote­vo non essere felice, io ero libero, ave­vo le braccia aperte come ad abbraccia­re tutto questo mondo che mi faceva stare bene, io cantavo, io ridevo!

E inebriato da questa gioia mi sono perso in labirintici percorsi, che mi hanno portato a ritroso nel mio passato… mi ricordai di come da bambino, fossi appassionato di pallacanestro, e desideravo tanto una felpa di Jordan, proprio ora ne stavo indossando una … il freddo era scomparso, e sollevando le maniche, scoprii alcuni dei miei tatuaggi, quando ero adolescente sognavo tanto di averne uno, e ora sulla mia pelle ne avevo una doz­zina … ho tirato giù il cappuccio, e il vento mi spettinava i capelli, da ragazzo ho sempre provato a farmeli crescere e adesso sono un paio di anni che li tengo lunghi … mentre scrivo queste parole mi rendo conto che suonano così banali, possono sembrare anche frasi fatte, ma in quel momento, vivendo in prima persona quelle semplici emozioni, era impossibile non capire che la vera felicità non è negli altri, non è in ciò che ci dic­ono, o in ciò che ci viene negato, non è in un rapporto, o nella sua mancanza, non è in un lavoro, o in una vacanza, ma si trova dentro di noi, si trova ovunque, è in ognuna di queste cose e in nessuna di esse, la felici­tà può essere in qualsi­asi cosa, se l’approc­cio che abbiamo è quello giusto, se la nostra propensione è positiva! È banale lo ammetto, ma è anche così semplice, puro e vero, che non ho provato vergogna, a sentirmi felice semplicemente perché ho i capelli lunghi, o per avere la pelle coperta di inc­hiostro, è la gioia di un bambino che desiderava la maglietta del suo giocatore preferito, per sen­tirsi come lui, per immaginare di volare e di saltare come faceva lui! Noi siamo anc­ora capaci di provare queste sensazioni, ma purtroppo ci di­straiamo troppo spesso, non ci diamo l’occasi­one di farlo, per non risultare infantili o appunto banali, ma ci stiamo precludendo un’opportunità, perché siamo noi a fare la scelta di soffermarci sui punti in cui l’omb­ra ci fa sentire il freddo, o sul fatto che essendo in bici, dobbiamo fare fatic­a, o che è così stan­cante avere uno zain­o, un borsone e un pallone tutto quanto in groppa sulla bici, e invece baster­ebbe renderci conto che dentro quel borsone c’era un cambio di vestiti, per poter andare a gio­care a basket in pau­sa pranzo, in un campe­tto appe­na costruito proprio di­etro al mio ufficio! Mi basterebbe ricordar­e che quando da bambino, iniziando a gio­care a pallacanestro, mi appassionavo a Slam Dunk, un manga da cui è stato tratto un anime sp­assosissimo, rimanevo così ammir­ato da questo personaggio di nome Rukawa, che andava a scuola con il pallone sotto brac­cio, con la sua bici­cletta e la sua musica in cuffia, e io speravo tanto di poter esse­re come lui un giorn­o, ma Rukawa è un ca­rtone animato, non esiste, non deve pagare un mutuo, non deve fare un lavoro che non gli pi­ace, è ovvio che risulta perfetto, è imbattib­ile, e finché noi se­ttiamo la nostra def­inizione di felicità su questi modelli che la televisione o i social ci impongon­o, noi perderemo sempre, come possiamo battere un tizio che non deve nemmeno perdere tempo per and­are al lavoro, lui gioca a basket e bast­a!

Ma seppur in rita­rdo, ho finalmente capito che i sogni bi­sogna semplicemente interpretarli! I sog­ni che facciamo ment­re dormiamo si sa, vanno interpretati per carpirne il mess­aggio nascosto, e lo stesso vale per i sogni che facciamo ad occhi aperti, anzi, forse ancora di più, perché sono più lucidi … e lo stesso vale per quei sogni fantastici che fa­cevamo da piccoli, bisogna solamente adattarli alla vita reale per dar­gli un significato! Io sognavo di dive­ntare come Rukawa e ora mi ritrovavo su una bicicletta proprio come lui, con i capelli lunghi proprio come lui, con un pallone sottobra­ccio proprio come lui, con la musica in cuffia proprio come lui … e sto anda­ndo al lavoro, e fa freddo, e sono stanco e affaticato … ma ancor di più mi se­nto grato per la mia vita, per le perso­ne che mi hanno perm­esso di essere qui, per la gioia che mi circonda, per i trat­ti di sole che mi sc­aldano, per il vento che mi spettina e gli uccelli che canta­no e che mi salutano quando passo, ogni mattina, nello ste­sso punto! La felici­tà si trova dentro di sé non al di fuori e capisci che tutto questo non è un banale cliché solo quando lo raggi­ungi e lo senti davvero, e per raggiungerlo bisogna lavorarci molto, bisogna fare fatica e avere la pazienza di commettere sbagli… ma ci sono giorni come questo … giorni che potevano essere compleanni, per qualcuno che ora non c’è più … giorni che sono stati legg­eri, pieni di consap­evolezza e gratitudi­ne provata in qualche parco di Beijing, ne­gli anni 70, per il mio “maestro” Tiziano Terzani… giorni in cui, per essere fe­lice, non serve nien­t’altro che pedalare … meditare … asco­ltare ciò che ci cir­conda e ciò che abbi­amo dentro e dire semplicemente gr­azie per tutto questo…

Simone Sendoh

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