Storie

A piedi nudi per la via

un bimbo tira calci

alla sfortuna…

Quasi nudo e sorridente

un altro tira sassi al cielo

mentre finge di volare…

In una via dimenticata

bimbi senza scarpe giocano

con scarti e bottiglie,

regalando ricchi sorrisi.

Dentro una baracca

sotto un ponte

una donna taglia e cuce

vestiti che mai indosserà,

sperando in una vita meno dura.

Un uomo senza denti

e dagli abiti consunti

accompagna il figlio

a scuola

benedicendo il suo futuro.

Storie viste e da vedere,

vissuti veri e giochi duri,

desideri consumati

nei giorni tutti uguali.

Sogni prestati all’occorrenza

imparando a vivere d’istinto

nelle notti senza tetto

finché non mutano le stelle.

V.

Malang, Indonesia.

Suoni d’oltre

Suoni d’oltre

tra i silenzi

e questa quiete.

Suoni nuovi

e suoni antichi,

storie raccontate,

fedi e vecchi miti.

Vibra l’espresso

che si esprime,

voce dell’adesso

e linea di confine.

Vibra e si diffonde

l’onda della lira

che l’universo fende

in ogni spira.

Sinfonia celeste

e strumento di misura,

suono primordiale

che l’anima cattura.

Canto del creato,

d’esplosione conseguenza,

grandissimo boato

e ponte di latenza.

V.

keraton yogyakarta, Indonesia 🇮🇩

Una scala per il Paradiso

Condivido le parole di Sofia, una ragazza nata nello stesso paesino delle mie nonne, situato nell’entroterra Siciliano. Parole per persone che ho conosciuto e che descrive nel modo migliore in cui poteva essere fatto. Buona lettura.

C’è una scala che, in questo momento, lega il cielo a Valledolmo.

E si sono ritrovati lì un uomo e una donna.

Aspettano entrambi che il Paradiso apra loro le porte.

E il Paradiso, lo so, li farà entrare insieme.

Lei è la storia del nostro paese.

Una donna, alta quanto una tazzina di caffè; una donna al cui cospetto anche i più grandi diventavano piccoli e che ha visto i più piccoli crescere, diventare grandi e lasciare il paese.

Sindaci, parroci, operai, professionisti, agricoltori, allevatori, casalinghe, insegnanti, bambini: tutti proprio tutti siamo passati dal suo sguardo inflessibile e sornione.

Lei, donna forte e volitiva, ha fatto diventare un Bar, IL BAR.

Al punto che quella stanza vicino alla Piazza, non è mai stata una semplice attività commerciale, no.

Quel Bar era lei.

Non era il Bar Sancarlo, era la zia Betta.

Lei ha visto cambiare il paese, per un secolo.

Con poche parole, parsimoniosi sorrisi e mani veloci è stata donna, capo e tacita enciclopedia del valledolmese.

È stata depositaria di segreti, confidenze, fatti e storie.

Davanti al suo bancone si sono consumati i riti mattutini dei pendolari e le vite di molti di noi.

Sotto il suo sguardo severo e tenero si sono alternati gli schiamazzi dei bambini e le discussioni degli adulti;

le maldicenze di gente con molta fantasia e la verità di chi si atteneva ai fatti.

Lei, dietro quel bancone, con l’età indefinita di una sfinge, ha raccontato le stagioni di Valledolmo tra una granita, un amaro e un torneo di briscola.

Ha tenuto testa a gente in cerca di quel po’ di alcool che lenisse il dolore e a gioventù, senza veli sul cuore, vogliosa di gelati, patatine e cioccolatini Kinder.

Lei, dietro quel bancone, il giorno che quell’uomo entrò al Bar e sparò, ha toccato con mano le colonne d’Ercole della pazzia umana e, per motivi che la ragione non comprende, ha visto morire il nipote.

Ecco, quando la morte entrò al Bar Sancarlo fu un giorno senza sole per tutto il paese.

E, da quel giorno, lei la cicatrice del dolore se la portò sulla pelle e tra gli occhi e il cuore.

Da quel mattino, il caffè fu più amaro un po’ per tutti ma, e il punto è proprio questo, fu sempre e comunque caffè.

Quasi come se lei volesse difendere, con il suo esempio quotidiano, la vita semplice che sopravvive al buio e un “buongiorno” perenne che non arretra di un passo dinnanzi alla notte.

Lui è un ragazzo buono, di quelli con la faccia baciata dal sole; di quelli che, nella vita, hanno avuto un solo grande amore; di quelli che, per coniugare i verbi al futuro, hanno dovuto lasciare Valledolmo.

Lui ha una storia fatta di profumo di sapone, estati celesti e campi verdi: verdi come gli occhi dell’unica donna che lui abbia mai amato; verdi come le porte del bagno del liceo dove lei disegnava cuori pieni delle loro iniziali; verdi come gli anni in cui entrambi si sono rincorsi, nascosti, cercati, voluti e tenuti per mano per le strade impolverate del paese.

Un sentimento cresciuto tra frangette, salopette, zaini, motorini, musica anni ’90, adolescenza e ricreazioni.

È stato un amore pulito.

Il loro grande amore pulito.

Un amore difeso dai “no”, protetto e custodito dagli occhi indiscreti; un amore cresciuto tra un gradino, una panchina e una piazza.

È stato quel tipo di amore che si è coperto di canzoni, poesie e dediche sul diario; che si è nutrito del coraggio della giovinezza e della convinzione che le anime gemelle possano incastrarsi anche tra un banco di scuola e le orme di un cantiere.

È stato l’amore ostinato e forte che ha avuto l’ardore di spingersi oltre le difficoltà fino a trasformare i “no” in “sì” e a consacrarsi sull’altare.

Quel giorno, sulle scalinate della Chiesa Madre, accanto a loro, accanto alla vittoria della loro unione , c’erano gli amici, i parenti e i sorrisi che solo l’amore può rendere splendenti.

C’erano anche loro due, sposi: giovani e felici tra un velo bianco e mille sogni colorati.

Poi è arrivata una valigia, una partenza per l’Italia che offre lavoro, mille saluti e altrettanti “Arrivederci”.

Lui ha preso la moglie per mano e ha spostato le loro radici altrove.

Tra nuove strade, nuove panchine e nuovi gradini, insieme, sono diventati una famiglia e con lo sguardo fisso verso il cielo hanno costruito una quotidianità sana: di quelle belle; di quelle genuine; di quelle che apri la porta di casa e c’è subito odore di terra, salsa e pane.

A Valledolmo tornavano spesso ed era sempre un tripudio di sorrisi, mani strette, abbracci sinceri e vigorosi.

E, come spesso accade quando un figlio di Valledolmo deve ripartire dal paese dopo una vacanza estiva, ci si salutava con un “Ciao”, così pareva che l’indomani si stesse ancora insieme tra il Pupo e il Bar della zia Betta: così pareva che Valledolmo fosse ancora quello degli anni ’90, quando bastava un “Ciao” per definire il futuro.

Lui era l’amico di tutti, l’esempio di come la dedizione, la sana fatica e l’impegno premino gli uomini di buona volontà.

Era uno di quegli uomini in grado di gridare “Ti Amo!”; uno di quelli nati per proteggere i sorrisi.

Tra un bicchiere di vino, un viaggio in macchina e la polvere di un palazzo da costruire, ha vissuto una vita illuminata dall’amore che non si ferma nemmeno davanti alle nuvole nere.

Una vita scandita da un caffè, dal sudore della fronte, da un pranzo, da una cena e, tutt’intorno, dal sentimento puro per l’unica mano che ha saputo contenere la sua: quella di una ragazza, in salopette, dagli occhi verdi con una canzone sulle labbra e il coraggio in fondo all’anima.

Ciao Ro, te ne sei andato volando, leggero, sull’amore ancora più puro per il cuore dei tuoi figli: l’unico luogo dove la morte non avrebbe mai dovuto bussare.

Proteggi la grazia del loro cuore e la dolcezza dei loro sguardi e continua a scortare la vita di tua moglie.

Fa’ che sia un “Ciao” lieve come il colore dei vostri sogni insieme.

Zia Betta e Rosario, Valledolmo vi deve tanto per le vostre vite comuni ma piene di fierezza, coraggio e ostinazione.

Mi piace pensare che, da domani, il Paradiso farà odore di caffè e sulla porta di San Pietro spunterà un cuore con dentro due iniziali:a indicare che l’amore ha un profumo semplice che si può incidere anche sulle nuvole.

Sappiate che il modo in cui entrambi avete sfiorato la mia vita è stato delicato, prezioso e gentile e oggi, insieme, vi siete andati a incastonare nell’angolo delle storie normali; le storie eroiche perché quotidiane: quelle storie di paese che decido di raccontare perché nessuno le disperda col vento freddo di Dicembre.

Sofia Muscato.

Valledolmo (PA)

Il Credo

Io Credo…

Credo valga la pena di provare ad assomigliare, almeno nell’anima, al Principe dei nembi…anche se le ali di gigante possono sembrare una dote scomoda e spaventosa.

Credo nelle parole che germogliano sugli steli dell’aria e credo che cercherò disperatamente di raccattarle ogni volta che le mie mani le sfioreranno.

Credo nella religione del tirare tardi e aspettare mattino, così come credo che l’insonnia mi faccia vivere due volte in una.

Credo nelle droghe che ti fanno viaggiare, ma di più nei viaggi nitidi senza fumo che ti fanno vivere.

Credo che la Vita sia un insieme di giochi e che, da virtuosi o da bari, si debba sempre puntare qualcosa se si spera che un asso di cuori, pescato dal mazzo degli Imprevisti, possa dar scacco al giusto dado dopo un interminabile gioco di sponde.

Credo negli arcipelaghi siderali, nei vagoni rosa con i cuscini blu, nelle azzurre sere d’estate e nella possibilità di rubare il fuoco… anche scottandosi se necessario.

Credo nelle favole che ardono e nelle storie che fluttuano giù insieme ai fiocchi di neve.

Credo in tutte quelle visioni che fanno da guanciale tra me e la realtà e nei suoni profumati che seducono senza sforzo la mia mente.

Credo nel fascino anche se a volte nemmeno riesco a capire che forma possa assumere.

Credo nei gatti, nei loro occhi che vedono oltre e credo che sforzandomi rivedrò anch’io qualcosa, prima o poi.

Credo nei Lupi e nel loro più grande bisogno di confidarsi con la Luna.

Credo che i desideri espressi prima di soffiare sulle candeline o su un soffione, prima o poi si avverano, se non in questa vita, in un’altra.

Credo nei miei iperbolici Deserti e nelle inimmaginabili oasi che affiorano, come corolle di sangue, dal grigio delle loro dune.

Credo nelle emozioni nuove e nello scoprirsi ogni giorno diversi e credo che essere spiazzati dalla propria personalità possa risultare anche piacevole.

Credo nella terra bruciata che ho lasciato dietro, nelle pagine strappate e nei capitoli chiusi perché mi hanno fatto come sono ora, nel bene e nel male.

Credo in quella nebbia ibrida di colori, forme e profumi che è l’avvenire e credo sia da percorrere  incespicando o correndo, secondo il caso e i dettami dell’istinto.

Credo che l’amore sfugga sempre tra le mani dei poeti poichè non può essere descritto.

Credo nelle figure effimere che si fanno stabili, nelle colonne che svaniscono con la prima raffica di tempo e nella ammaliante Danza Macabra di cui tutti facciamo parte.

Credo che le lacrime siano solo un modo come un altro per far traboccare noi stessi e per non corrodere l’anima più di quanto sia necessario per conoscersi a fondo.

Credo in me stessa e questa frase vale molto di più delle altre.

Credo di non avere abbastanza forza per scrivere tutto ciò in cui ancora credo e credo che comunque la mia memoria infallibile dimenticherebbe qualcosa di indispensabile…e allora niente…

Credo e basta e credo che sia una gran cosa.

V.

IL CREDO